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Covid tra etica e deontologia. L’approfondimento di OPI Firenze Pistoia

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Una visione “Eti-Covid” e “Deontologi-Covid”. Ovvero Come scegliere il punto di vista giusto per raccontare la situazione? È la domanda a cui hanno cercato di rispondere gli infermieri Alessandro Singali e Celestino Varonerispettivamente, referente e membro della Commissione etico-deontologica di Opi Firenze – Pistoia. Insieme al loro anche il contributo di Cristiano Rocchi, psicologo psicoterapeuta e psicoanalista ordinario con funzioni di training docente e supervisore Spi-Ipa (Società Psicoanalitica Italiana e International Psychoanalytical Association). «La modesta capacità di elaborazione psichica della maggioranza della popolazione, la scarsa attitudine sublimatoria, la carente capacità di vero contatto emotivo e fisico, hanno determinato una popolazione sempre meno atta a fronteggiare crisi quale quella che stiamo vivendo» spiega Alessandro Singali.

 

Quindi, come scegliere il punto di vista giusto per raccontare una situazione? «La scelta del punto di vista è determinata dalla distanza dalla quale si analizza la situazione e dal grado di coinvolgimento – prosegue Singali -. Voglio chiarire fin dall’inizio da quale punto di vista prendo in esame questo tema, anche se, come si può capire, non è facile chiarire qualcosa che non è chiaro prima di tutto per me. Ma provo lo stesso a dare una chiave di lettura partendo da ciò che mi è più familiare: l’etica e la deontologia infermieristica. Il nostro diktat e la cultura di una professione sanitaria sono rappresentati dal Codice Deontologico. I valori etici espressi in esso vanno oltre il comune sentire. È un codice finalizzato alla promozione di una cultura in grado di implementare il benessere delle persone, anche quale criterio essenziale per il raggiungimento di risultati educazionali, terapeutici e preventivi. Fissa i parametri essenziali per una corretta gestione e impegno verso i cittadini nell’ambito delle strutture in cui vengono curati, siano essi domiciliari, ospedalieri o case di cura, nel rispetto delle esigenze etiche e di benessere degli stessi».

 

In questi giorni si offrono molte interpretazioni, punti di vista, angolazioni da parte di numerose personalità, siano essi infermieri, medici, politici, economisti, religiosi, sportivi. «Indipendentemente da questo tutti, in forma consapevole o non consapevole, sono chiamati a confrontarsi ed esprimere un concetto etico al tempo del Covid-19 – spiega Celestino Varone -. Concetto etico che comprende il confronto con i principi di libertà e coercizione delle persone. Si pensi, ad esempio, all’utilizzo dei DPI in merito ai quali il Governatore della Toscana Enrico Rossi si è spinto a dire che “dobbiamo usare quelli che abbiamo anche se mancanti o privi di un timbro”. Oppure ancora al mondo dello sport in conflitto con se stesso, tra dichiarazioni pro e contro Covid-19, pur di perseguire le attività sportive. E ancora il “mercato” delle fake news, che in questo periodo emergenziale evidenzia una falla informativa, dal quale bisognerà trovare un metodo per difendersi e non può essere una ulteriore limitazione delle libertà.

Ma ritorniamo all’etica professionale. L’articolo 2 del Codice Deontologico degli infermieri afferma che “l’Infermiere orienta il suo agire al bene della persona, della famiglia e della collettività”. Questo, dal punto di vista dell’etica professionale, trova il suo fondamento nel periodo ante Covid-19. Attualmente questo concetto etico è stato superato sia sul piano professionale che personale di ogni infermiere. Fuori da ogni discussione “politica”, la cronaca ci aggiorna e prende coscienza dello status quo sanitario: dall’aver smantellato il sistema sanità, con carenza di professionisti e strutture, alla mancanza di DPI adeguati.

Al netto di questo, il concetto etico-professionale con il Covid-19 è già divenuto una nuova realtà etica. Basti pensare che in tutti gli enunciati etici, si è sempre parlato del benessere della persona assistita, ma mai si è articolato “a discapito della propria salute”. E ancora cosa pensare dell’etica dei professionisti sanitari che oltre a mettere in primis il ruolo di aiuto alle persone assistite anche a discapito della propria salute, vivono ormai in molti casi la dicotomia di vedere i colleghi ammalati, magari doverli assistere, in taluni casi vederli morire, e rimanere al proprio posto? Tutto questo credo abbia già cambiato i paradigmi etici professionali, che potremmo già definire con un’etica ante Covid-19. Pertanto è necessario, appena passato il periodo emergenziale, definire la nuova etica professionale. Quella post Covid-19».

«D’altronde la modesta capacità di elaborazione psichica della maggioranza della popolazione, la scarsa attitudine sublimatoria, la carente capacità di vero contatto emotivo e fisico, hanno determinato una popolazione sempre meno atta a fronteggiare crisi quale quella che stiamo vivendo – aggiunge Cristiano Rocchi -. Per esempio la disponibilità dell’“altro da te”, non conosciuto ma pronto a svolgere una funzione di care-giver è fra i più incisivi. L’uomo non impara dalla storia, non lo ha mai fatto e mai lo farà. La massa, soprattutto, ha la memoria corta, cortissima! Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Si riapriranno dei canali di comunicazione interrotti da tempo? Riprenderà a fluire l’energia vitale in senso lato? Oppure peggiorerà o rimarrà stabile? L’impreparazione dei dirigenti è in parte comprensibile (visto che è una “prima”) in parte no, perché metodologie, strategie e tecniche per la gestione dell’emergenza e dell’urgenza sono conoscenze acquisibili, ci sono delle discipline e delle sotto-discipline appositamente create per lo studio dei fenomeni emergenziali. Per cui gli esperti per affrontarli dovrebbero esserci. Per l’Europa, dovremo capire meglio cosa esattamente sia accaduto. E lo sapremo solo dopo».

 

«Per promuovere un’infermieristica sostenibile è fondamentale la corretta gestione degli infermieri che deve comprendere anche i metodi utilizzati compresi in essa l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale o DPI – conclude Alessandro Singali –. Per questo è di primaria importanza comprendere i meccanismi alla base del processo comportamentale e che la loro mancata comprensione può portare come esito finale all’alienazione del professionista col reale rischio di contagio sia reciproco che generalizzato, sia anche dovuto a carenze logistico-organizzative».

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