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Fase 2, Dall’epoca del domicilio coatto a quella per i comuni mortali degli appuntamenti impossibili con la movida in piena libertà

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di Umberto  Cecchi

La città, che passa da sempre per essere una delle più riottose, ma che in realtà placa tutto con una battuta, a volte cattivissima, ha finito per prendere due nette posizioni di costume; uno di sottomissione, l’altro di rivolta. Una sottomissione eccessiva e una rivolta indisponente perché antisociale. Provocatoria sol per scarsa intelligenza, non per un ragionamento rivoluzionario.

Vediamoli questi due atteggiamenti in contrasto fra loro, e vediamo come  dopo una sorta  di rigore quasi assurdo, siamo passati a un scarsità assoluta di controllo. E ancora una volta credo si tratti di una  sorta di gap generazionale: la generazione degli ultraquarantenni che rispetta regole talvolta assurde ed eccessive e quella dei giovani leoni incapaci però di ruggire sulle cose serie a patto solo d’avere un birra fra le mani e il branco a dar manforte.

Vediamo: siamo passati dall’epoca del domicilio coatto a quella degli appuntamenti. Oggi non si può far nulla senza prima aver preso un appuntamento che costa ore di pazienza, attaccati a un  telefono che raramente risponde, e guai a protestare se abbiamo la fortuna di avere una voce dell’altra parte della cornetta: Signore noi lavoriamo, e lei non ha pazienza. Come se a lavorare fosse solo una categoria, e gli altri no. Per la banca – la maggior parte della banche – ci vuole un appuntamento che costa una spiegazione lunga e paziente alle domande che vengono poste, e che alla fine sgorga in un consiglio: queste cose le può fare da se con il bancomat. E anche se non è vero, perché anche il bancomat ha le i suoi limiti, non resta che seguitare a chiamare.

Il parrucchiere, – per maschi e per femmine -dopo mesi di astinenza tonsoria- non sa se rispondere al telefono a seguitare il taglio, e così il cliente, paziente, seguita a chiamare per una mattinata. Al ristorante si prenota per tempo oppure non si mangia, e se si mangia la tristezza ci avvolge come il miele – come dice Guccini- fra sparuti avventori sparsi qua e là. E così via. Si entra nei negozi accuratamente vagliati, al bar gli anziani devono osservare le distante, i giovani, come vedremo, fanno come vogliono e nessuno interviene. Nonostante le regole hanno disinvoltamente rispristinato la movida su strade e piazze: centinaia di avventori che ciondolano qua e la con il loro bicchiere in mano, senza precauzione di distanza, senza benda: più una sfida alla società, alle regole, al rispetto per se stessi e per gli altri.

Nessuno toglie ai giovani quell’illusione meravigliosa d’essere eterni e immuni a tutto, senza pensare che così facendo possono essere di danno agli atri. Che nella loro mentalità se muoiono son fatti loro. Roba da vecchi.

Il problema è che nessuno li controlla. Ci sono  posti di blocco per le auto che ormai assurdi ma nessun rappresentante della legge interviene a sciogliere i raggruppamenti che in questa ‘fase due’ sono in assoluto l’unica cosa veramente pericolosa. Questo tra tanti errori commessi in questa penosa vicenda, dalla reclusione a tutto il resto, è l’ultimo in ordine di tempo: sottomettere tutti a una serie di rigidi impossibili appuntamenti – da due mesi aspetto dall’ospedale di  Prato una visita ospedaliera urgente decisa a suo tempo dai medici e per adesso mai fatta per una irrazionalità nella gestione del lavoro – dimostrazione che la sanità ha assoluto bisogno di un nuovo ordinamento. Non si può, come si è fatto in tutta Italia,  sospendere la cura del cancro, solo perché c’è un’altra malattia sulla quale intervenire. Ma sulla sanità e i suoi difetti decennali, che hanno portato gli ospedali ad avere più personale amministrativo che sanitario, parleremo la prossima volta.

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