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Il marketing di Berlusconi e il Quirinale

Lorenzo Ottanelli
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Il ritiro di Berlusconi è più una conferma che una notizia. Lo avevamo detto a suo tempo: il fatto che potesse diventare Presidente della Repubblica non era remoto, molto di più. Non avrebbe avuto i voti né i favori che competono al Capo dello Stato, che deve essere riconosciuto da tutto il popolo come il proprio rappresentante più importante e, quindi, condiviso.

Berlusconi, si sa, è divisivo. E, forse, il tenere aperta la candidatura, pur sapendo di non poter veramente concorrere, è servito a tutti: alla destra per prendere tempo alla ricerca di un altro candidato, al presidente di Forza Italia per poter ritornare alle cronache, dato che da tempo era rimasto in sordina, gli facevano ombra Salvini e Meloni. Un’operazione di marketing politico perfetta, con un pubblico che si polarizza e torna a rendere visibile chi non lo era più.

Ora non ci sono più alibi. Le forze politiche, insieme, dovranno concorrere a trovare un candidato comune, che sarebbe meglio non fosse Draghi, che al governo può dettare una vera e propria linea politica ed economica, far rimanere tutti saldi nell’attuale maggioranza e continuare la legislatura fino alla sua scadenza naturale. Non si può nemmeno credere che sia così remota la possibilità che nel 2023 l’attuale Presidente del Consiglio non possa continuare a vivere a Palazzo Chigi e a presiedere il governo. Maggioranze vere e proprie, che rendono il paese governabile, ci sono e non ci sono: il centrodestra potrebbe arrivarci, ma con una maggioranza risicata, frutto di scelte di coalizione che spesso rendono le legislature brevi, così come gli esecutivi. Trovare una nuova maggioranza ampia potrebbe essere un modo per portare a termine il Pnrr e portare avanti alcune delle riforme che si aspettano da decenni: una nuova legislazione del mondo del lavoro, un intervento massiccio sul mercato del lavoro, che non riesce a far incontrare domanda e offerta, un intervento sulla produzione, una riforma della scuola, della sanità, della ricerca e dell’università.

Sgomberato il campo da Draghi (che rimane in corsa), la cerchia di persone idonee alla carica sono innumerevoli, ma un incontro aperto con tutti dovrebbe essere necessario. Non è un caso che alle prime votazioni il Presidente della Repubblica debba essere votato dai 2/3 degli aventi diritto: dovrebbe essere un monito all’unità nazionale di cui si parla da tempo. Riusciremo davvero ad averla? Oramai manca poco. Domani alle 15 partono le votazioni. Ce la faranno i nostri (anti)eroi?