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Lo Spid rischia di essere assorbito di fatto dalla carta d’identità

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 La misura sulla soglia entro la quale non far valere l’obbligo di utilizzo del Pos uscirà dalla manovra. Perché non c’è stato il via libera necessario di Bruxelles e perché sarebbe stata in contraddizione con gli impegni presi con il Pnrr, a favore dei pagamenti digitali e della tracciabilità in chiave lotta all’evasione. Ora un’altra misura, per ora solo ipotizzata, rischia di fare lo stesso percorso. E la stessa fine. L’abolizione dello Spid, che sarebbe di fatto assorbito dalla carta d’identità elettronica, avrebbe la controindicazione di interrompere il percorso virtuoso che si è innescato, e che è accelerato in maniera esponenziale durante la pandemia Covid, verso una piena digitalizzazione dei servizi al cittadino.

Questo, a meno che non si trovi il modo di rendere ‘indolore’ un passaggio che si annuncia complesso, quello per assicurare un’erogazione dell’identità digitale non più affidata ai gestori privati, ma solo ad aziende pubbliche, Poste, e quindi allo Stato. Ci sono 33 milioni di italiani che hanno lo Spid e che lo usano per interagire con la Pubblica amministrazione e anche con una serie di soggetti privati. Sono ormai abituati ad accedere con un click ai servizi online ogni volta che su un sito o un’app trovano il pulsante ‘Entra con SPID’.

L’aumento delle identità digitali è uno degli obiettivi del Pnrr e a novembre scorso sono stati raggiunti i livelli fissati per il 2024. Perché allora tornare indietro, con la possibilità concreta di dover innescare una nuova contesa con la Commissione Ue? L’intenzione del governo si è finora concretizzata nelle posizioni del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica, Alessio Butti: “Dobbiamo cominciare a spegnere lo Spid e a promuovere la carta d’identità elettronica come unica identità digitale, nazionale e gestita dallo Stato”.

La contrapposizione è quella fra le prerogative dello Stato e quelle che evidentemente sono considerate ingerenze dei privati. Oggi sono otto, in aggiunta a Poste, i soggetti che gestiscono il processo di attribuzione dello Spid: Aruba Pec, In.Te.Sa, InfoCert, Lepida, Namirial, Register, Sielte e TI Trust Technologies. Il piano delineato da Butti prevederebbe una transizione verso un’unica identità digitale, nazionale e gestita dallo Stato. E l’unico modo per farlo è passare da una negoziazione con i gestori privati, rendere automatica la sostituzione per non provocare l’effetto di disperdere identità digitali già acquisite e, soprattutto, rispettare le regole e gli standard europei.

Il ministro del Lavoro Marina Calderone ha espresso la sua linea. “Io non sono affezionata o meglio non penso che ci si debba soffermare sul valutare questo o quell’altro servizio, ma si debba dare invece una garanzia di efficienza delle piattaforme e delle modalità con le quali il cittadino interagisce con la Pa, ovviamente avendo la certezza dell’identità della persona che entra in relazione con la Pa”. Per farlo, senza tornare indietro e senza ripetere l’esperienza del Pos, servono tempo, risorse e un attento lavoro di preparazione che non vanifichi gli sforzi fatti e la tenuta dell’impianto del Pnrr. (di Fabio Insenga)