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Grande successo a Napoli per il debutto di ‘Gaetano Cosìcomè’

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(Adnkronos) – Lunghi applausi e ovazioni al protagonista Filippo Luna per il debutto di “Gaetano Cosìcomè” che il Teatro di Napoli ha proposto in “prima nazionale” al Ridotto del Mercadante, la sala in cui offre uno sguardo sulla drammaturgia contemporanea e sulla ricerca di nuovi linguaggi. Lo Stabile partenopeo – Teatro Nazionale – ha scommesso sulla terza opera del giornalista palermitano Salvatore Rizzo che aveva già scritto per le scene “Le mille bolle blu” che a quindici anni dall’esordio gira ancora per i teatri italiani e “Se’ nùmmari” (“Sei numeri”) allestito dallo Stabile di Catania con la regia di Vincenzo Pirrotta. Pirrotta torna regista anche stavolta per questa storia di un emigrato che arriva in Sicilia per dichiarare alla madre e alla famiglia in cui è nato e cresciuto in un clima di diffidenza, sospetto e violenza, la propria omosessualità.  

Sulla scena si staglia una gabbia fatta di tubi innocenti e di specchi rotti e taglienti, dove Gaetano, nei sessanta minuti di un monologo serratissimo, che tiene il fiato sospeso, cerca di liberarsi dalle gabbie mentali di cui è prigioniero. È lui stesso a dare voce agli altri personaggi del dramma: la madre che non vuole accettare quella realtà, la sorella cha ha sempre sospettato, il vicino di casa che con il suo racconto descrive il microcosmo sociale in cui è cresciuto il protagonista. 

C’è anche un quarto e anch’esso invisibile personaggio, Mario, il compagno che Gaetano ha lasciato in Germania e che ancora una volta lo ha spronato a scendere giù per liberarsi da quelle corde di cui è simbolicamente ostaggio già all’inizio dello spettacolo. Tra ricordi dell’infanzia (particolarmente scioccante è quello di un gioco infantile finito nella violenza paterna) e disillusioni dell’età adulta, la storia di Gaetano diventa un grido potente, in invito all’accettazione di sé stessi. Con il tappeto sonoro dello straordinario Maurizio Capone che è assai più che un commento, quasi un monologo parallelo. 

Nelle parole dolorose di Rizzo che la regia di Pirrotta trasforma in coltelli acuminati, Filippo Luna si muove con una potenza psicofisica che non conosce attimi di tregua, in una sorta di delirante balletto, quasi in preda ad un’allucinazione verbale e motoria che governa con la tecnica dell’attore di razza ma senza sottrarsi a momenti di grande impatto emotivo, travolto alla fine dagli applausi scroscianti e dai “bravo!” di un pubblico forse consapevole, all’uscita dal Ridotto del Mercadante (dove è in scena fino al 22 gennaio), di aver visto non solo uno spettacolo di sulfurea bellezza ma anche necessario, come di questi tempi ce ne vorrebbero di più.