A margine della conferenza stampa di presentazione del “Festival della Città Nuova. Abitare il Confine”, che avrà luogo dal 25 al 27 settembre tra Fiesole, sede della Fondazione Michelucci, e Firenze, abbiamo intervistato l’architetto Silvia Botti, presidente di questa importante istituzione.
di Elisabetta Failla
Presidente, ci incuriosisce il tema di questa IV edizione del festival della Citta Nuova che è ‘Abitare il confine’. Perché questa scelta? Il tema di questa manifestazione significa che vogliamo considerare e trattare il confine non come un limite che divide e separa ma come un’opportunità da superare. Del resto anche Michelucci non ha mai pensato al confine come qualcosa che frena. Anzi, è il luogo dove è più interessante progettare perché lì ci sono davvero le questioni da risolvere e tutto diventa molto più chiaro.
In conferenza stampa ha allargato alle carceri questo concetto di confine. Cosa intende dire? Le carceri sono sicuramente posti sgradevoli perché sono luoghi dove, per definizione, si sconta una pena, però non significa che debbano essere posti incivili. I carcerati, anche per la nostra costituzione, hanno pieni diritti come cittadini. Perdono diritto di voto, certamente, ma non perdono il diritto di essere esseri umani e trattati come tali. Oggi questo nelle nostre carceri è impossibile per le condizioni in cui versano, per come vengano vissuti gli spazi da una quantità di persone, ma anche per questioni di principio che riguardano alcuni comportamenti come, ad esempio, le relazioni con le famiglie e i bambini in carcere, diritti fondamentali su cui bisogna lavorare.
Le difficoltà di vivere nei penitenziari portano troppo spesso al suicidio. I suicidi dimostrano un disagio e soprattutto riguardano i ragazzi giovani che devono scontare pene anche brevi e che potevano essere sostituite da forme detentive alternative. Questo è un tema serio e molto cruciale a cui avevo cominciato a lavorare fin dall’inizio con la Fondazione e lo è a maggior ragione per noi oggi. Possibile che nel 2025 ci siano delle carceri paragonabili allo Spielberg (prigione a Bro, in Repubblica Ceca, dove furono detenuti patrioti italiani come Silvio Pellico, Piero Maroncelli e Federico Gonfalonieri ndr)?
Presidente, ‘Abitare il confine’ potrebbe interessare anche le periferie che spesso sono non solo brutte ma talvolta trascurate, per non dire di peggio. Ha ragione, alcune parti delle periferie sono brutte. ‘Abitare il confine’ significa soprattutto partire da un presupposto diverso, ovvero che le trasformazioni delle città devono essere ovunque e non solo nel centro della città o nelle sue parti più pregiate. Una città deve diventare moderna, contemporanea, attrattiva e inclusiva in tutte le sue aree. Solo allora sarà davvero bella.
Festival La Nuova Città. Il tema della IV° edizione è ‘Abitare il confine’
Cosa direbbe oggi l’architetto Michelucci di Firenze? Credo che oggi direbbe innanzitutto che è una città da vivere e valutare nel suo complesso, probabilmente più in termini di area metropolitana fiorentina e non semplicemente di città di Firenze.
La domanda è d’obbligo per il polverone che ha creato. Cosa ne pensa del ‘cubo nero’ sorto in centro storico a Firenze? Il mondo è pieno di architetture e non entro nel merito se siano belle, brutte o mediocri. Da milanese faccio notare, ad esempio, che uno degli edifici più riusciti del Novecento milanese, progettato dall’architetto Giovanni Muzio, è stato il complesso residenziale tra via Turati e via Moscova. Ma era talmente incredibile quando fu costruito che i milanesi lo battezzarono “Ca’ Brutta” e così è chiamato ancora oggi. Fa molto impressione che a Firenze possa passare quasi inosservata tutta la trafila di costruzione di un edificio così impattante. Quello che è grave è che siano state ‘bloccati’ progetti di architetti di fama mondiale. Non voglio fare polemica, ovviamente, ma, sempre da milanese, mi chi chiedo se anche a Firenze sia accaduto quello che è successo a Milano, dove i privati si muovono su un binario e il pubblico su un altro. Credo che l’investimento del privato sia benvenuto e necessario ma la regia deve rimanere pubblica.
Per chi non è addetto ai lavori, intendo i cittadini, è forse necessario abituarsi ad un edificio con un’architettura contemporanea o comunque nuova? Senza andare tanto lontano, abbiamo esempi di rottura nei centri storici europei. A Parigi è stata costruita la Piramide nel cortile del Louvre e il Boubourg è stata una rivoluzione nel pieno centro storico. È evidente che, soprattutto dove si ricerchi un contrasto, c’è la complessità. Io credo che non ci possano essere condizioni a priori: non si può dire “non si fa”, bisogna valutare per bene la situazione. Io spero, e me lo auguro, per la città di Firenze che questo ‘cubo nero’ rappresenti l’occasione per aprire finalmente un dibattito sulla trasformazione e sui problemi del centro storico che non sono certamente rappresentati da questo edificio.
Mi viene in mente la Loggia Isozaki, progetto che ha vinto un concorso e che poi non è stato realizzato. Secondo lei, parlando in generale, questo comportamento è una sorta di lusso che gli amministratori possono permettersi? Le architetture importanti hanno bisogno di trovare un rapporto con chi le usa e chi le abita. Questa è la differenza fondamentale che esiste tra un’opera d’arte e un’opera d’architettura. Se le architetture non vengono vissute, restano dei contenitori vuoti senza significato. Se invece dimostrano che possono essere utilizzate, e di modificarsi in base agli usi delle persone, allora diventano quasi degli oggetti del cuore, non soltanto una questione estetica ma per la qualità del progetto che nasce anche dalla sua capacità di evolversi.
Ma i cittadini e i turisti non sapranno mai se la Loggia avrebbe potuto rivelarsi funzionale, perché non è mai stata costruita. È vero: si è trattato di un concorso regolare, vinto da un grande architetto. Forse ci si sarebbe potuti impegnare un po’ di più.











