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Dalla Val d’Aosta sono arrivati a Firenze i vini Grosjean

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Abbinati ai piatti dal ristorante Guné, I vini valdostani di Grosjean sini stati una piacevole ed interessante scoperta

di Elisabetta Failla

Qualche giorno fa siamo stati invitati alla presentazione dei vini dell’azienda valdostana Grojean presso il ristorante Guné in San Frediano a Firenze. È stata un’esperienza molto interessante perché si parla troppo poco in Toscana dei vini di questa regione che invece meritano di essere conosciuti e apprezzati.

In Valle d’Aosta la viticultura viene fatta spesso in zone estreme dove vengono coltivati piccoli appezzamenti di terra su terrazzamenti ricavati con muretti a secco, costruiti grazie al lavoro di generazioni di vignerons, tanto definirla eroica. Si presume che la coltivazione della vite venne portata dagli antichi romani anche se il vino è stato prodotto soprattutto a partire dal Medioevo e dal Rinascimento. L’esposizione soleggiata del versante settentrionale della valle centrale, unito al clima arido della regione, rendono varie zone assolutamente vocate alla produzione viticola. Seppur si parli di una produzione limitata, i vini sono di qualità elevata e con caratteristiche anche particolari che hanno ottenuto numerosi riconoscimenti sia a livello italiano che internazionale. Non è sempre stato così perché nel secondo dopoguerra la viticoltura valdostana ha rischiato di scomparire.

La famiglia Grosjean produce vino dal 1600 coniugando storia, tradizione, inventiva e innovazione sia in vigna che in cantina. Un lavoro costruito di generazione in generazione con amore e passione e che prosegue oggi con la terza generazione, i giovani Hervé, Didier, Simon e Marco, che si occupano della cantina Grosjean Vins.

Hervé Grosjean

La trasformazione dell’azienda è iniziata negli anni ’60 del secolo scorso, con il Nonno Dauphin che decise di produrre vini piantando vigne di Pinot Noir e Gamay, che maturano bene anche a quote alte. Il successo arrivò poi con un vino a base di ciliegiolo, presentato con successo all’”Exposition des Vins du Val d’Aoste” nel 1968. Negli anni successivi viene coltivato anche il Petit Arvine ed anche i figli Vincent, Giorgio, Marco, Fernando ed Eraldo entrarono in azienda seguendo ciascuno un proprio settore.

Sul Petit Arvin Hervé Grosjean, il nostro ospite, ha raccontato una storia curiosa: “Le prime bottiglie, in cui veniva imbottigliato questo vino, erano diverse l’una dall’altra. Questo perché la famiglia aveva pochi soldi e quindi chiedeva ai vari alberghi vicini di poter prendere quelle vuote”. Non solo passione, ma anche umiltà caratterizza i Grosjean. Chapeau!

Dal 1980, con l’approfondimento delle conoscenze enologiche e il perfezionamento delle tecniche agronomiche, ci fu un’accelerazione dello sviluppo aziendale, con la valorizzazione dei territori, a cominciare dalla Vigna Rovettaz, uno dei più importanti cru della regione che, fino ad allora era rimasto incolto.

Nel 2000 venne costruita una nuova cantina, adatta a lavorare le uve sempre più abbondanti ma anche per accogliere i primi visitatori. Nel 2011 Grosjean Vins è stata la prima cantina della Valle d’Aosta a convertire i propri vigneti al metodo biologico, in anticipo di almeno 10 anni rispetto alle altre aziende. Un salto di qualità fortemente voluto per salvaguardare e assecondare una natura aspra ma allo stesso tempo generosa che in questi luoghi impervi, battuti dal vento e baciati dal sole mantiene, naturalmente le vigne sane.

Nel 2015 la cantina venne ulteriormente ingrandita per adeguarla alla crescita produttiva arrivata a 140.000 bottiglie, e per dedicare maggiore spazio alle degustazioni sempre più richieste da un crescente pubblico di appassionati. Nel 2022 sono stati acquisiti quattro nuovi appezzamenti, che hanno consentito di aumentare a superficie coltivata a vite di 180.000 metri quadrati (pari al 12% della precedente superficie vitata).

Le vigne della famiglia Grosjean crescono su terreni difficilmente raggiungibili, ad altitudini oltre i 500 e fino a 900 m s.l.m. con pendenze che arrivano fino all’80%, necessariamente terrazzati. Ecco perché si parla di viticoltura eroica: gestire terreni così complessi significa, per fare un paragone, che le lavorazioni richiedono fino a 700-800 ore per ogni ettaro, contro le 150 medie di un vigneto italiano.

Il processo di vinificazione seguito in cantina prevede solo le poche lavorazioni necessarie ad accompagnare i processi naturali. Favorendo e controllando la fermentazione naturale innescata dai lieviti presenti nell’uva, o di quelli appositamente selezionati solo se necessario, e reintroducendo la follatura al posto del rimontaggio, i vini Grosjean sviluppano qualità, finezza, leggerezza, riducendo al minimo l’uso di solforosa. Per i lunghi affinamenti, lo stile adottato è il Borgogna, con l’utilizzo di piccole botti di legno di rovere.

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La Valle d’Aosta è la più piccola regione d’Italia ma ricca da punto di vista enologico, visto le sue quasi 20 varietà autoctone. La famiglia Grosjean ne coltiva ben 11 di: Petite Arvine, Premetta, Gamay, Cornalin, Nebbiolo – Picotendro, Neyret, Fumin, Muscat, Chardonnay, Pinot Noir, Petit Rouge. Sono 21 i vini prodotti: piccole produzioni, nicchie di identità familiare e territoriale, ma che rappresentano una delle più importanti selezioni enologiche valdostane. Oggi l’azienda produce circa 200 mila bottiglie che vengono esportate in 40 Paesi anche se il 40% viene distribuito in Valle d’Aosta, mantenendo così un legame stretto con il territorio, e in Italia. Infine si è anche consolidato un altro settore importante, quello dell’enoturismo, che porta in azienda circa 4 mila presenza all’anno.

La produzione vinicola si distingue fra la linea dei vini biologici, otto etichette che dimostrano l’impegno a preservare al meglio possibile il fragile ecosistema della terra per consegnarla intatta alle future generazioni; la linea classica – nove etichette, dalla Borgogna fino ai vini più autoctoni e rari – esprime pienamente l’essenza dei vini di montagna con tanta freschezza, mineralità e una beva eccezionale; e quattro spumanti, il lancio più recente, con due etichette metodo Classico, un metodo Charmat-Martinotti e un Ancestrale. Infine c’ la produzione di edizione limitata – 500 massimo 1.300 bottiglie – di vini che celebrano particolari annate o la storia della famiglia Grosjean-Le Frères, quella del nonno Dauphin e della moglie e dei loro cinque figli.

La terza generazione non intende però fermarsi qui perché ha già in serbo alcune interessanti sorprese, come la vinificazione di uve Nebbiolo per la produzione di un nuovo Clairet (uno dei vini più identitari e storici della viticoltura valdostana) e una zona dedicata interamente al Nebbiolo-Picotendro nel cru di Donnas.

La degustazione è iniziata con Montmary Rosé Metodo Classico Extra Brut, dedicato al monte, 2815 m. slm, Mont Mary appunto, sulle cui pendici si trova la maggior parte dei vigneti dell’azienda. Composto da un assemblaggio di Pinot Noir e Chardonnay, affina15 mesi sui lieviti. Il colore è rosato brillante, il profumo è di frutti rossi, leggere note agrumate e minerali. Al gusto mostra freschezza ed eleganza. Una bollicina di montagna che si abbina molto bene agli amuse-bouche di Guné.

A seguire abbia degustato uno dei vini più tipici della Valle d’Aosta: Petite Arvine Vigna Rovettaz Valle d’Aosta Doc 2025. Il vitigno è originario del cantone vallese, in Svizzera, ed arrivò nella regione valdostana negli anni ’70 per essere assemblato con il Pinot Gris in modo da donargli corpo. Solo dopo è stato vinificato in purezza e la prima annata è del 1985. Il vitigno viene coltivato a 550 m. slm. in forte pendenza con esposizione Sud, in un clima particolarmente asciutto e ventilato dove, per nostra scelta vengono utilizzate solo tecniche agronomiche eco-compatibili. Le uve vengono vendemmiate tardivamente e questo, in futuro, potrebbe essere la sua salvezza visto il cambiamento climatico in corso che favorisce la coltura delle vigne a quote più alte.

Abbiamo degustato questa annata che è stata imbottigliata da poco. Le uve provengono da un’unica vigna di 6 ettari, di cui 3 dedicate al Petit Arvin, che vengono poi pressate e, circa l’85%, vinificate in acciaio con frequenti batonnage, mentre il restante 15% fa legno do media tostatura dove viene svolta la fermentazione e la malolattica. Al naso mostra già la sua eleganza e freschezza grazie ai sentori floreali, di frutta esotica, note agrumate e minerali. Al palato appare leggero, fresco, ma anche avvolgente e piuttosto corposo e con una bella aciità. Un vino davvero piacevole e piuttosto equilibrato nonostante sia stato imbottigliato da poco tempo ma che potrebbe invecchiare bene per alcuni anni. Questo Petit Arvin era abbinato ad una ricciola fiammata e glassata con carota baby e infuso di camomilla.

Quindi è stata la volta di Chardonnay Le Vin de Michel Valle d’Aoste DOC 2024, degustato insieme ad un risotto mantecato alla clorofilla di alghe, gambero marinato e rugiada di bergamotto davvero particolare. Questo è stato uno dei vini davvero più interessanti della degustazione perché nonostante sia relativamente giovane ha mostrato eleganza, carattere sebbene delicato, equilibrio e armonia.

Questo è uno Chardonnay particolare perché interpretato alla valdostana e la prima annata risale al 2019 e le vigne si trovano a circa 800 mt. slm. Dopo la pressatura soffice del grappolo intero, il vino fermenta e affina in tonneau di primo e secondo passaggio per 36 mesi, i cui legni sono stati immersi precedentemente nel vapore e lavorati a caldo, per poi essere e imbottigliato prima della vendemmia successiva. Con questo affinamento il legno dona complessità mantenendo delicati i suoi sentori. Al naso mostra note fruttate, fiorite e leggermente burrose. Al palato è corposo, fresco, armonico, con una bella sapidità sul finale e persistente.

La degustazione è proseguita con Vigne Tzeriat Pinot Noir Valle d’Aosta DOC 2023 abbinato ad un gustoso e altrettanto particolare bottone bicolore ripieno di cinghiale, ciliegia marinata e anguria croccante. Le uve di questo Pinot Noir provengono da un’unica vigna, Tzeriat appunto, piantata negli anni ‘ 60 dal nonno e che si trova tra gli 850 e i 900 mt. slm. con un’esposizione a sud. La vinificazione avviene lasciando una parte di grappoli interi e una parte con uve diraspate per poi affinare in tonneaux per circa 15 mesi. Questo Pinot Noir non assomiglia a quelli della Borgogna ma ha un gusto diverso più di montagna e comunque piacevole. Al naso mostra sentori di piccoli frutti rossi, note leggermente balsamiche e speziate mentre al gusto il vino appare fresco, armonico, leggermente sapido e decisamente elegante.

A seguir abbiamo degustato Fumin Vigne Rovettaz Valle d’Aosta DOC 2023, il principe dei vini rossi valdostani proveniente da un vitigno autoctono, utilizzato soprattutto per tagliare i vini per donare colore e struttura e che, come ha raccontato Hervé Grosjean, è stato vinificato in purezza a partire dagli anni ’80. Questo Fumin è stato abbinato ad un piacevolissimo filetto di manzo, pesca e riduzione di Chianti.  Al naso di notano i sentori di rosa, di frutti rossi, ma soprattutto neri, di erbe aromatiche, di spezie e di una leggera affumicatura. Al sorso mostra carattere, tannini morbidi ed eleganti, freschezza e persistenza. Hervé Grosjean ha anche evidenziato come il Fumin sia un vitigno complesso da coltivare perché è tra i primi a prendere colore ma è fra gli ultimi ad essere vendemmiato e questo è dovuto anche al cambiamento climatico che oggi ranggiunge una complessità impensabile diversi anni fa.

Per finire, insieme ad un piacevole éclair con nocciola, cioccolato e arancia, è stato degustato Flétry au Vent, prodotte con uve stramature di Gewurtztraminer, Moscato Bianco, Pinot Gris, Petite Arvine, Amigne e Prie Blanc. Le uve vengono raccolte precocemente per conservarne l’acidità e l’aroma, e poi vengono lasciate appassire naturalmente in cassette. Il vino risulta così dolce ma ed equilibrato. Il colore è ambrato, al naso mostra note di agrumi canditi, miele, spezie dolci e erbe officinali mentre al palato mostra dolcezza, freschezza, equilibrio ed eleganza. Ideale anche da abbinare al fois gras, ai formaggi oltre che ai dessert. Davvero una piacevole scoperta.