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Di Massimo Mattei Dieci anni di Pd. Una volta c'era un sincero e condiviso entusiasmo, oggi non c'è più. Come una minestrina fatta col dado

admin
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Dieci anni di Pd. 
Io che mi candidai all’assemblea nazionale e che ne feci parte con un entusiasmo sincero e condiviso. 
Entusiasmo che adesso – oggettivamente – è più difficile ritrovare nei tanti che ancora militano in quel partito. O almeno questa è l’idea che mi sono fatto parlando con tanti amici e compagni. 
Perché in troppi che facevano parte del progetto iniziale hanno abbondonato. Ed una vera riflessione su centinaia di migliaia di voti ed energia che si sono perse non è mai stata fatta. 
Perché in tanti se ne sono andati, sicuramente in troppi. Chi perché pensava che un partito fosse un autobus: è salito, ha raggiunto l’obbiettivo e se n’è sceso. Chi credeva di meritare di più (sono di solito i peggiori) e non perde occasione per gettare merda su una comunità di persone: chi è stato fatto scendere per i più svariati motivi. Chi – e sono la maggioranza – non se l’è più sentita. Perché il Pd è un’altra cosa dal Pci/pds/ds e soprattutto noi che veniamo da storie complesse ancora fatichiamo a militare in un partito con regole che non siano quelle dell’appartenenza. Adesso si può votare Pd, si può essere iscritti ma non si è un tutt’uno con quel partito, non esiste più un processo identificativo. Ipoteticamente in una competizione elettorale se l’offerta politica non dovesse piacerci potremmo tranquillamente votare “altro”. Mentre in anni passati abbiamo eletto nei nostri collegi Dini, Cecchi Gori ed il presidente dell’associazione industriale a Livorno nel 1994. E si votó tutti. E di tutto. 
Il Pd adesso è il partito che ha immaginato Veltroni al Lingotto. E Matteo Renzi è il segretario perfetto per il partito che il fondatore del Pd aveva in mente. Ed infatti chi mette la croce su quel simbolo vuole Renzi. Lo vuole con maggioranze ancora stupefacenti nonostante da tre anni il Pd, con questo gruppo dirigente, non abbia vinto praticamente più niente. 
Dieci anni sono un piccolo traguardo per qualsiasi attività umana. Però è ovvio che venga da fare una valutazione su cosa siano stati questi anni per il partito. Che l’hanno visto oscillare da un 34% veltroniano al 26/28% attribuito adesso dai sondaggi passando ovviamente per il trionfo renziano del 2014. Un partito che in dieci anni ha avuto tre presidenti del Consiglio, due presidenti della Repubblica ma che nel segreto dell’urna ha impallinato il proprio padre nobile. Che ha presidenti di regione, sindaci (sempre meno) e ancora ottimi amministratori a livello locale. 
Non suscita entusiasmi il Pd, questo va detto. Come una buona minestrina a cena, che la puoi fare anche con il brodo di carne invece che con il dado. Ma sempre minestrina è. 
Ognuno adesso è più libero e può fare le proprie scelte. Prima no. Perché c’era l’appartenenza che era davvero un tatuaggio sulla pelle. 
Adesso no, il Pd non è un’appartenenza. E non riesco a valutare se questa cosa sia un bene oppure un male.

Buon compleanno comunque al Pd.
Che poteva riuscire meglio. Ma anche tanto peggio.

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