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Rispolverare “Firenze Bottegaia” come portale on line. Niente paragoni, la “Vera” era economia, cultura, salvaguardia dei valori della città

admin
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Finalmente un’idea per tirar fuori dai guai molto seri che avviluppano la Firenze del dopo Covid e reinserirla in quel mondo economico. Ma per parlare della “vera” Firenze bottegaia bisogna aggiungere valori culturali e intellettuali  che ha sempre contraddistinto la città, addormentata da tempo, convinta che il suo fascino, lasciatoci in eredità da maestri irripetibili e affidato oggi a una pubblicità tutta ugualmente gridata e ‘abbellita’ di colori che ogni tavolozza seria respingerebbe, trionfalmente identica com’è per ogni prodotto,  dalla cera da scarpe ai gel per pruriti vaginali.  La scelta della società Postini Fiorentini” è un passo avanti ma non si può fermare al mero commercio on line. Se vogliamo parlare di Firenze Bottegaia è necessario uscire dal guscio del fatturato

La pubblicità di Firenze è il Botticelli, il ‘Tondo Doni’, è, da solo, il  David sogno di un mondo armonizzato. E’ ricchezza di un equilibrio intellettuale  che ormai è destinato a  un mondo sempre più becero da una parte e gelidamente tecnologico dall’altra. Ma di una tecnologia finita in mano ai barbari, che con ‘lambicchi copiano il Tondo Doni che poi non sono affatto copie – dicono gli addetti ai lavori –  ma, originali garantiti, che ti puoi portare a casa. Insomma una nuova.  

 Va detto che i fiorentini ci hanno messo il loro impegno nel ritenere che il  fascino della loro città non tramontasse mai, retta su un filo di  protestantesimo, in nome di Dio e del  guadagno. Ma se Iddio si distrae  ancor più dei politici, c’è bisogno  di dee per procurare il guadagno perduto. Ci vogliono idee, come quelle che avevano gli avventurosi mercanti di un tempo.  Una fra tante, tirate fuori stavolta dagli addetti ai lavori e non dai  politici o  consiglieri economici che giocano coi danari altrui come il bagatto, un tempo , faceva con il ‘baiocco’ o altra moneta,  nascosta sotto uno di tre bicchieri al mercato.

Chi indovinava vinceva, ma: ‘indovinala grillo’ dicevano i nostri avi: I nuovi mercanti hanno reinventato la bottega . Facile si dirà. Affatto: la bottega intesa nel senso rinascimentale è l’anima laica, e non solo laica, di Firenze. Centro dove la creatività era  fucina d’idee, e non solo di capolavori dell’arte, ma  di quella potenza produttiva  di artigiani che se la vedevano davvero con i geni del pennello o della scultura, producendo  oggetti che hanno condizionato un modo di vivere e di architetti che hanno dato alla casa, al palazzo, al giardino   uno stile di forza e razionalità. Basti pensare a Palazzo Strozzi, alla sua pulizia architettonica. 

Bene la bottega, la bottega che si contrapponga alla gande distribuzione, che mantenga un suo marchio e che viva e faccia vivere la città. Insomma tutti lo sanno, le botteghe hanno creato Firenze, la città ideale e la città  concreta. Altri tempi e altri bottegai, si dirà, tempi più illuminati: Ogni chiesa, ogni monumento civile,  è nato a Firenze con donazioni degli imprenditori di allora, la città si è formata così, da impulsi di mercanti, e grazie a Dio a quei tempi non esistevano gli urbanisti, nacque con una solennità, una razionalità e una struttura a misura d’uomo. Diversa da ogni altra. 

Insomma la categoria del commercio comincia a riparlare la sua lingua e cerca di riportare la bottega alla sua fiorentinità, al ruolo di cintura di una comunità,  il  passa parola che leghi un microcosmo disperso che voce non ha. Restituire alla bottega il suo simbolo chiave di anima  urbana.  Non dimentichiamo che in nome del guadagno a ogni costo, abbiamo ridotto il centro storico  a una discarica di immondizia. Qualcuno deve obbligare il Comune a controllare e pulire. Ma il ruolo delle botteghe dovrà, deve essere qualcosa di molto più importante, quello di tornare e costruire una comunità più coesa e attenta. Di riportare Firenze a una realtà di vita cittadina dalla quale i suoi prodotti affrontino il mondo , oltre all’arte vera e propria che oggi langue, all’arte del vestire, della cucina, a un artigianato che una volta chiamava qui migliaia di acquirenti  che ormai deve cercare di rinascere, i recuperare la sua originalità.

Coronavirus o guerra?  Politica locale e nazionale  disinteressata per riportare Firenze alla sua fiorentinità