Home ULTIM'ORA Trump e l’immunità, i possibili scenari del voto a novembre

Trump e l’immunità, i possibili scenari del voto a novembre

Adnkronos
72
0

(Adnkronos) – Quando gli elettori americani andranno al voto a novembre, con Donald Trump con ogni probabilità sulla scheda come candidato repubblicano, una giuria federale potrebbe trovarsi a decidere se l’ex presidente ha tentato di rubare le elezioni del 2020. E’ questo uno dei possibili risultati della decisione della Corte Suprema di accogliere il ricorso di Trump riguardo alla sua immunità dalle accuse di aver tentato di sovvertire i risultati elettorali di quattro anni fa.  

Secondo quanto reso noto dalla Corte, la presentazione degli argomenti delle parti inizierà il 22 aprile prossimo, e nel frattempo il processo – che inizialmente doveva partire il 4 marzo – rimane congelato. A questo punto, la decisione della Corte non potrà arrivare prima di maggio, più probabilmente giugno. E se non accoglierà la rivendicazione di immunità di Trump, il processo potrà finalmente riprendere con le udienze preliminari.  

Ma la giudice Tanya Chutkan ha già detto che darebbe a Trump circa tre mesi per preparare il nuovo processo che a questo punto potrebbe iniziare solo alla fine dell’estate o in autunno. Quindi proprio nelle ultime settimane della campagna presidenziale. In uno scenario del genere, Trump dovrebbe alternare presenze in aula, al banco degli imputati, e dibattiti e comizio negli stati chiavi. Il processo, che potrebbe durare anche diversi mesi, potrebbe concludersi anche dopo l’Election Day.  

Senza contare che la giudice Chutkan, nominata da Barack Obama, potrebbe trovarsi nella difficile posizione di dover costringere il candidato repubblicano alla Casa Bianca a presentarsi in aula nel clou della campagna elettorale, e potrebbe quindi decidere di esonerarlo dal presentarsi o addirittura posticipare il processo a dopo le elezioni. Finora ha detto che la campagna politica di Trump non avrà influenza sulle decisioni sul calendario del processo che, secondo lei, potrebbe iniziare a fine agosto. 

Una cosa è certa comunque: la decisione della Corte smonta i tenaci tentativi del procuratore speciale Jack Smith di processare Trump prima delle elezioni. E premia invece la strategia dilatoria dell’ex presidente e dei suoi legali che sin dallo scorso dicembre hanno bloccato le udienze preliminari del processo in cui Trump è accusato di aver partecipato ad un complotto per rovesciare i risultati elettorali, culminato con l’assalto al Congresso del 6 gennaio, usando l’argomento dell’immunità presidenziale.  

Vale a dire che le azioni di Trump erano parte delle sue attività ufficiali presidenziali e quindi non possono essere alla base di incriminazioni penali. L’argomento non è stato accolto dalle corti che si sono espresse finora ed esperti costituzionalisti si aspettano che anche la Corte Suprema – che però ha una netta maggioranza conservatrice, 6 a 3, con tre giudici nominati proprio da Trump – non li accolga.  

Nel contemplare i vari scenari, bisogna anche però considerare quello in cui il processo non finisce prima delle elezioni, anzi si spinge nel 2025, e Trump vince le elezioni. A questo punto si troverebbe a nominare un attorney general che potrebbe chiudere completamente il caso. Una possibilità temuta dagli anti-Trump, di sinistra e di destra.  

“Rinviare il processo del 6 gennaio sopprime prove cruciali che gli americani hanno il diritto di ascoltare”, ha affermato Liz Cheney, la repubblicana che ha perso prima il posto nella leadership del partito e poi il seggio per la sua netta critica a Trump per il suo ruolo nell’assalto al Congresso. Trump invece ha ovviamente ringraziato al Corte Suprema, citando non specificati “esperti giuristi che sono estremamente gradi per la decisione di accogliere il ricorso sull’immunità presidenziale”.  

“Senza immunità presidenziale – prosegue il post di Truth Social – un presidente non potrebbe agire in modo appropriato o prendere decisioni nel miglior interesse degli Stati Uniti”. “I presidenti – conclude – sarebbero sempre preoccupati, persino paralizzati, dalla prospettiva di ingiuste incriminazioni e vendette una volta lasciato l’incarico. Questo potrebbe portare ad estorsioni e ricatti ai danni di un presidente”.