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TikTok e la grana americana: ecco tutti gli scenari

Adnkronos
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(Adnkronos) – I parlamentari americani hanno dichiarato guerra a TikTok, la piattaforma video di proprietà cinese che ha più di 170 milioni di utenti negli Stati Uniti. La Camera dei rappresentanti ha votato una proposta di legge che costringe la società che la controlla, ByteDance, a cedere TikTok a un proprietario non cinese, pena il bando dagli smartphone americani. Al di là dei balletti e delle sfide social, gli esperti di sicurezza nazionale considerano l’App uno strumento di propaganda di Pechino nonché un “aspirapolvere” di dati, preferenze, abitudini, da usare come arma di intelligence.  

Il rapporto tra la politica a stelle e strisce e l’App più popolare tra i giovani è complicato: già Donald Trump nel 2020 aveva provato a strapparla dalle mani cinesi per affidarla a qualche colosso tecnologico americano, senza riuscirci. Nel frattempo ha cambiato idea e si oppone alla legge, considerandola un favore a Facebook, il social che lo ha sospeso per due anni a causa dell’insurrezione del 6 gennaio 2021. Joe Biden aveva mantenuto una linea dura, vietando ai dipendenti federali di scaricarla sui telefoni di lavoro, ma senza arrivare al bando totale.  

Nell’immobilismo dell’esecutivo, è stato un fronte bipartisan di deputati a premere il bottone “nucleare”. Mancano ancora il Senato (e i leader democratici non sembrano aver fretta di calendarizzare un voto) e la firma di Biden, ma è sicuro che la legge sarebbe poi impugnata da ByteDance, e la sua esecutività potrebbe essere sospesa. Alla fine di un lungo iter, potrebbe essere bocciata dalla Corte Suprema perché viola il principio costituzionale della libertà di espressione, o almeno questo credono i parlamentari che hanno votato contro. 

Ma cosa può succedere ora? Analizziamo gli scenari possibili.  

Il primo vede la legge come una mossa politica che non andrà da nessuna parte. Va ricordato che ByteDance da mesi lavora al cosiddetto ‘Project Texas’, una soluzione per mantenere il controllo della piattaforma, portando però server e dati dei cittadini americani (al momento sparsi per il mondo, soprattutto a Singapore) nello stato Usa. Dando la possibilità alle autorità locali di ‘leggere’ gli algoritmi che decidono quali video vengono mostrati agli utenti, così da rassicurarle sul rischio di propaganda. Per i deputati non è abbastanza, e da qui nasce la proposta di legge appena votata.  

Il problema, però è proprio negli algoritmi: come scrive il New York Times, TikTok non li possiede. Sono della controllante ByteDance, che ha una squadra di ingegneri che assembla il codice sorgente in gran segreto tra Pechino, Singapore e la California. E la Cina ha da poco varato un regolamento che impone, tra le altre cose, il placet del governo sulle cessioni di algoritmi agli ‘outsider’. Vendere TikTok senza gli algoritmi, insomma, sarebbe come vendere una Ferrari senza il motore. Una Ferrari che peraltro perde soldi: nonostante il successo e i ricavi in crescita costante, secondo il sito ‘The Information’ TikTok avrebbe registrato un rosso di 7 miliardi nel 2023.  

TikTok venduta a una cordata a guida americana
 

Anche per queste ragioni, dalla proposta di Trump in poi, non è stato facile trovare un investitore intenzionato a comprare la società alle condizioni dettate dai due governi (americano e cinese). Oggi si è fatto avanti l’ex segretario al Tesoro repubblicano, Steven Mnuchin, che ha annunciato di aver costituito una cordata capeggiata dal suo fondo Liberty Strategic Capital. 

Questo secondo scenario, la vendita che va in porto, è considerato da qualcuno un colpo da maestro. TikTok, che non è quotata, ha una valutazione di circa 200 miliardi di dollari, considerata bassa rispetto alle rivali Meta (1.300 miliardi) e Alphabet (1.800). Alcuni analisti calcolano che YouTube da sola varrebbe più di trecento miliardi se scorporata da Google. La valutazione ‘frenata’ dipenderebbe proprio dall’incertezza geopolitica che la contraddistingue. Una volta venduta ad azionisti non cinesi, potrebbe valere 7-800 miliardi. Almeno questa è l’opinione di Scott Galloway, professore di economia alla New York University ed esperto di marchi tecnologici.  

Per Galloway – che ha parlato al festival South by Southwest in Texas – con una mossa sola “si creerebbe valore per gli azionisti internazionali, gli utenti non perderebbero la loro amata App, e noi eviteremmo di creare un esercito di ragazzini indottrinati dal Partito Comunista Cinese. Che avrebbe poca possibilità di ritorsione, visto che le Big Tech americane non hanno mercato da quelle parti. Win-win-win”. In effetti Amazon, Google e Facebook di fatto non operano in Cina, e Apple è da poco stata superata nelle vendite di telefoni dai produttori locali, dopo che Xi Jinping ha vietato ai dipendenti pubblici di usare gli iPhone come vendetta per le sanzioni sui semiconduttori. Insomma, le armi cinesi in questo caso sarebbero spuntate.  

TikTok vietata e cancellata da 170 milioni di telefoni
 

Il terzo scenario, il divieto totale, sembra il meno plausibile. L’anno scorso la segretaria al Commercio Gina Raimondo ha detto a Bloomberg che una mossa simile farebbe “perdere il voto di tutti gli under 35, per sempre”, un suicidio a pochi mesi dalle elezioni. Non a caso il ticket Biden-Harris è stato costretto a ingoiare il rospo cinese e ad aprire un account elettorale su TikTok, in occasione del rito laico e patriottico del SuperBowl, facendo infuriare buona parte degli apparati di sicurezza nazionale. Della serie: ti odio ma non posso fare a meno di te per raggiungere un certo elettorato.