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Israele e il gelo con gli Usa, è scontro interno Netanyahu-Gantz

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(Adnkronos) – La cancellazione della missione israeliana a Washington dopo l’approvazione all’Onu della mozione per il cessate il fuoco a Gaza, porta a un nuovo scontro aperto fra il primo ministro Benyamin Netanyahu e il suo rivale politico Benny Gantz, ministro del gabinetto di guerra. 

Non solo la missione doveva partire per Washington ma, dopo l’astensione Usa sulla risoluzione Onu per il cessate il fuoco a Gaza, “sarebbe stato bene se il primo ministro fosse andato lui stesso negli Stati Uniti, per un dialogo diretto con il presidente Biden”, ha scritto Gantz in un post sui social media. “E’ importante ricordare – ha proseguito – che la relazione speciale fra Israele e gli Stati Uniti è un’ancora per la sicurezza e la politica estera d’Israele, e che il dialogo diretto con l’amministrazione americana è un asset essenziale a cui non bisogna rinunciare quando vi sono sfide e dispute”.  

“Dopo che Hamas ha salutato la decisione del Consiglio di Sicurezza passata con l’astensione americana, Gantz ha proposto che una delegazione visiti gli Stati Uniti. Il primo ministro ha respinto questa proposta”, ha scritto l’ufficio di Netanyahu, in una secca risposta al ministro. Ai primi di marzo, Gantz si era recato in visita a Washington, dove era stato ricevuto dalla vice presidente Kamala Harris, in una missione che Netanyahu non aveva autorizzato. Parla intanto di “una mancanza di responsabilità allarmante” il leader israeliano dell’opposizione, Yair Lapid, che bolla così l’annullamento della missione. 

In ogni caso lo Stato di Israele “non cesserà il fuoco. Distruggeremo Hamas e continueremo a combattere finché l’ultimo dei rapiti non ritornerà a casa”, scrive su X il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz dopo il voto all’Onu. 

Netanyahu, come minacciato, ha quindi cancellato la missione del suo team a Washington. “Gli Stati Uniti – accusa il comunicato di Israele – si sono ritirati dalla loro posizione coerente in seno al Consiglio di Sicurezza, dove solo pochi giorni fa avevano stabilito un collegamento tra il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. Questo ritiro danneggia sia lo sforzo bellico che quello per la liberazione degli ostaggi, perché dà ad Hamas la speranza che la pressione internazionale gli permetta di accettare un cessate il fuoco senza la liberazione dei nostri ostaggi”. 

La missione del team israeliano a Washington era stata decisa durante la telefonata tra il premier israeliano e Joe Biden, la prima in un mese, in cui il presidente americano aveva ribadito di considerare un attacco a Rafah un pericoloso errore. Dopo la telefonata, e dopo la visita di Antony Blinken, Netanyahu aveva ribadito chiaramente che gli israeliani entreranno nella città di Gaza, dove si trovano milioni di sfollati, “con o senza il sostegno degli Usa”. 

“Siamo molto delusi” dalla decisione , ha detto il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby. “E’ deludente, siamo molto delusi che non vengano a Washington per permetterci di avere una conversazione approfondita con loro sulle alternative praticabili al loro intervento di terra a Rafah”, ha detto Kirby. A Washington avrebbero dovuto recarsi il consigliere per gli Affari strategici di Netanyahu, Ron Dermer, e il consigliere per la sicurezza nazionale, Tzachi Hanegbi. La risoluzione, aggiunge tuttavia Kirby, “non è vincolante, per questo non ha nessun impatto sulla capacità di Israele di continuare a colpire Hamas”. 

Intanto il portavoce del Pentagono, Pat Ryder, fa sapere che è ancora in agenda il colloquio previsto tra il segretario alla Difesa americano Lloyd Austin e il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant. 

Ma perché gli Stati Uniti si sono astenuti nel voto sulla risoluzione Onu? A spiegarlo è l’ambasciatrice Usa all’Onu Linda Thomas-Greenfield. “Apprezziamo – ha detto – la disponibilità dei membri di questo Consiglio ad accettare alcune delle nostre proposte per migliorare la risoluzione. Ma altre sono state ignorate, compresa la richiesta di inserire una condanna di Hamas. Non eravamo d’accordo con tutto quello che c’e’ nella risoluzione: per questo non abbiamo potuto purtroppo votare sì”, le parole della diplomatica. 

L’ambasciatrice americana non ha mancato poi di attaccare Russia e Cina che, ha spiegato, “hanno mostrato ripetutamente di non essere veramente interessati a portare avanti una pace durevole attraverso sforzi diplomatici”. “Invece usano questo devastante conflitto come un randello politico per cercare di dividere questo Consiglio in un momento in cui dobbiamo stare uniti – ha concluso – questo è profondamente cinico”. 

La decisione degli Stati Uniti di astenersi non rappresenta tuttavia un cambio di politica di Washington ha intanto affermato, riporta il Jerusalem Post, il portavoce della Casa Bianca, John Kirby, sottolineando che “siamo chiari e coerenti nel nostro sostegno ad un cessate il fuoco come parte di un accordo per gli ostaggi, è così che l’accordo sugli ostaggi è strutturato”. 

“Noi volevamo arrivare ad un punto in cui potevamo sostenere la risoluzione – ha aggiunto parlando dell’astensione – ma siccome il testo finale non ha il linguaggio chiave che noi pensiamo sia essenziale, come la condanna di Hamas, non potevamo sostenerla”. 

“Questa risoluzione è riconosce giustamente che durante il mese di Ramadan dobbiamo impegnarci per la pace. Hamas lo faccia accettando l’accordo sul tavolo: un cessate il fuoco può iniziare immediatamente con il rilascio dei primi ostaggi e dobbiamo fare pressioni su Hamas affinché lo faccia”, ha aggiunto quindi Linda Thomas-Greenfiled, dopo l’approvazione e l’astensione da parte degli Usa che ha immediatamente provocato la reazione di Israele che ha annullato la partenza di una sua missione a Washington per discutere la questione di Rafah. 

Nel suo discorso, la diplomatica americana ha accusato Hamas di “continuare ad intralciare la via verso la pace” e di “nascondersi dietro le infrastrutture e la popolazione civile”.