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Azzoppare il Ddl Zan sarebbe una sconfitta per tutti

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di Lorenzo Ottanelli

 

La maggioranza che appoggia il Ddl Zan sembra sfaldarsi. Così è facile darla vinta ai detrattori, che per mesi hanno bloccato la proposta (già passata alla Camera in larga maggioranza) alla Commissione giustizia del Senato. Il presidente Ostellari (Lega) ha fatto di tutto per non calendalizzare la discussione. Arriviamo ad oggi nel bel mezzo delle 70 audizioni. L’opposizione ha chiamato associazioni cattoliche e transfobiche a parlare soprattutto del concetto di identità di genere.

Il disegno di legge è chiaro: all’art.1 si allargano le minoranze già previste nella tutela della legge Mancino, quindi si aumentano le pene per chi compie atti discriminatori, di odio e violenza in base all’orientamento sessuale, al genere, all’identità di genere e all’abilismo. L’art. 4, però, dice perfettamente che la libertà di opinione è sempre rispettata, un articolo messo lì quasi inutilmente, come per ricordare (più ai parlamentari che ai giudici) che esiste l’art.21 della Costituzione.

Qual è il problema oggi? Il concetto di identità di genere, che fa paura sia alle femministe escludenti nei confronti delle persone transgender, sia ai cattolici, sia alle destre. Tuttavia, il concetto è già presente in giurisprudenza e anche in medicina non si parla più di sesso, ma di genere.

Parliamo un po’ della storia del termine: nasce negli anni Cinquanta-Sessanta e viene patologizzato dagli psichiatri, che già non parlano di identità sessuale (perché qui non è il sesso biologico a contare ma il genere, la percezione di sé, che ha solo in parte a che vedere con il sesso assegnato alla nascita). Il termine specifico è disturbo dell’identità di genere. Negli anni successivi però il concetto viene depatologizzato: la medicina capisce che essere trans non è una malattia. Si parla allora di disforia di genere, per indicare le problematiche dovute alla non accettazione della loro condizione da parte della società che li circonda. La discriminazione sociale può quindi comportare depressione, disturbi alimentari ecc. Negli ultimi anni, in realtà, il concetto medico è stato nuovamente rivisto: si parla di incongruenza di genere, un termine più neutro.

Il concetto di identità sessuale è vecchio e sbagliato. Qualcuno lo vorrebbe al posto del concetto di identità di genere. Ma non ha senso. Per molto tempo si è parlato solo in termini di sesso biologico: gli uomini trans erano donne che sono diventati in tutto e per tutto uomini e le donne trans il contrario. Non è così. Non tutti vogliono operarsi per ottenere il cambio di sesso. Si parla di identità di genere come concetto inclusivo: tutti possono identificarsi. L’incongruenza di genere non è semplicemente un uomo che vuole diventare donna, quindi compiere il percorso completo di transizione. Siamo ancora a questa concezione sbagliata. Ma il concetto dipende dall’identità: come mi sento, come credo di essere dentro, non come devo essere fuori perché la società mi accetti come trans.

Oggi Italia Viva cambia idea e cerca di costruire una legge che possa avere una maggioranza più ampia. Così, però, si rischia di azzoppare la legge. Al posto dell’art.1, inclusivo, si parla di cambiarlo con “contro l’omofobia e la transfobia”, meno definito e più soggetto alla libera interpretazione dei giudici. Intanto, l’identità di genere è per la Corte Costituzionale già inclusa nei diritti fondamentali di ogni cittadino italiano. Oggi, quindi, eliminarla dal Ddl sarebbe fuori dal contesto storico.

Eliminare le discriminazioni nei confronti delle persone trans sarebbe un grande problema del nostro Paese: è una delle minoranze più discriminate. Eliminarlo è come rendere invisibile una grande ingiustizia, a cui si potrebbe facilmente mettere una pezza. E invece siamo ancora a discutere e da cittadini non capiamo nemmeno bene il perché.

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