Home CRONACA L’eredità di Falcone. 30 anni dalla Strage di Capaci, 23 maggio 1992

L’eredità di Falcone. 30 anni dalla Strage di Capaci, 23 maggio 1992

Lorenzo Ottanelli
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Pomeriggio del 23 maggio 1992. Ore 17:57, Giovanni Falcone sta percorrendo l’autostrada A29 che dall’aeroporto di Punta Raisi porta a Palermo. Tre auto uguali, tre Fiat Croma e una Lancia Thema, blindate, partite dallo scalo di Palermo. Falcone, tornato da Roma, sale su una delle Fiat, guida lui, accanto ha la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrata. Siamo nei pressi di Capaci, piccolo centro in provincia di Palermo, sulla punta dell’Isola delle Femmine. Ore 17:57:48, l’Autostrada va in mille frantumi, scoppia, un boato. La macchina su cui guida Falcone viene sbalzata e finisce nel campo sottostante. 23 i feriti, 3 gli agenti della scorta che muoiono: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Falcone, Borsellino, Chinnici e il pool antimafia avevano scoperchiato il vaso di Pandora. Non è il primo attentato, non sarà l’ultimo. Una sequela interminabile di nomi, innumerevoli modi di uccidere, in modo più o meno spettacolare. La Sicilia terra di stragi, lo è da tempo. Il generale Dalla Chiesa era stato ucciso dieci anni prima, il commissario Boris Giuliano nel 1979, Peppino Impastato lo stesso giorno dell’assassinio di Aldo Moro, 9 maggio 1978. Piersanti Mattarella, presidente della Regione, nel 1980. Rocco Chinnici nel 1983. Solo per fare alcuni nomi.

Nel 1983 l’attentato a Rocco Chinnici, che aveva creato e fortemente voluto un gruppo di giudici istruttori che si occupassero di mafia, lascia vacante il posto di consigliere istruttore, che verrà affidato ad Antonino Caponnetto, il quale trasformerà il gruppo in un vero e proprio pool antimafia, seguendo l’esempio di Torino contro il terrorismo.

Nel 1986 parte il Maxiprocesso, il più grande processo mai intentato contro un’organizzazione criminale, che si conclude a gennaio 1992 con la sentenza della Corte di Cassazione, che conferma le condanne. Il primo grado si conclude nel 1987 con 346 condannati e 114 assolti. Quella sera stessa uno degli imputati viene ucciso da Cosa Nostra.

Cosa Nostra risponde. Sono anni di stragi, la ritorsione verso il duro colpo è più forte che mai. La cupola non si fida più dei suoi più eminenti alleati e nel marzo del 1992 uccide Salvo Lima, della Dc, considerato da alcuni un avvertimento per Giulio Andreotti, eminenza grigia della Democrazia Cristiana.

Ritrovatisi a Enna, i capi della mafia siciliana decidono di colpire il più autorevole del pool antimafia, Falcone, il quale da poco non è riuscito a diventare Procuratore nazionale Antimafia. Prima si pensa ad un attentato a Roma, poi Salvatore Riina ci ripensa: meglio in Sicilia, con il tritolo. E così si pensa al momento opportuno. Falcone torna da Roma il 23 maggio, il tritolo viene stipato sotto l’autostrada, il comando di cliccare sul bottone che farà saltare in aria viene affidato allo “Scannacristiani” Giovanni Brusca.

Falcone muore poco dopo l’impatto. Paolo Borsellino sa che il prossimo che vorranno far fuori è lui. Insieme a Falcone, infatti, avevano creato le basi per il Maxiprocesso, durante il periodo passato al carcere dell’Asinara. Erano stati confinati per motivi di sicurezza sull’isola carceraria dopo l’assassinio, nel 1985, dei poliziotti (e stretti collaboratori dei due magistrati) Ninni Cassarà e Giuseppe Montana. Nel 1986 aveva chiesto il trasferimento a Marsala e l’aveva ottenuto.

Quando Caponnetto, per motivi di salute dovette lasciare il posto di Consigliere istruttore, il suo posto non fu affidato a Falcone, come tutti si aspettavano, ma il Csm gli preferì Antonino Meli. Da quel punto in poi Falcone fu emarginato e il suo lavoro esautorato, così come quello del pool.

Giovanni Falcone morì il 23 maggio del 1992 e ancora oggi è l’emblema, insieme a Paolo Borsellino, della lotta alla mafia. La sua morte non rimase, come le precedenti, nel silenzio omertoso. L’opinione pubblica aveva compreso che molto si sarebbe potuto fare, che la mafia poteva essere sconfitta. Il maxiprocesso era la prova di un cambio di passo, di un cammino da intraprendere. Lì si diffonde, davvero, il movimento civile contro la mafia, che aveva già cominciato in precedenza, non trovando grosse sponde. Ed è dal 1992 in poi che in Italia un buon pezzo dell’opinione pubblica comprende che la mafia non è solo in Sicilia, che si è diffusa, che a Roma brulica e fa affari con lo Stato.

Una ritorsione che continuerà ancora, con altre stragi, anche al nord, tra il 1992 e il 1993. Salvatore Riina, la mente dell’attentato a Falcone, viene arrestato nel gennaio 1993. Nel maggio di quell’anno due attentati: uno in via Fauro a Roma, contro Maurizio Costanzo, e uno il 27 maggio in via dei Georgofili a Firenze. Poi tre stragi a luglio, una a Milano e due a Roma. Finisce così la stagione delle stragi. Il motivo della pace, per molti, è l’avvicendarsi e l’avverarsi di una trattativa stato-mafia che sarebbe riuscita nel 1994.

Giovanni Falcone è stato, è e sarà la figura istituzionale e l’uomo che rappresentano l’integrità morale e la speranza contro un mondo governato dalle organizzazioni criminali. Insieme a lui Paolo Borsellino e a tutti coloro che hanno seguito il suo esempio.

Sono passati 30 anni dalla sua morte, oggi è il momento di riprendere in mano la questione, perché la mafia esiste ancora ed è più subdola, capace di investire in ambienti legali per riciclare denaro ottenuto attraverso l’illecito. La mafia oggi è viva e vegeta, è florida e va fermata. È necessario un maggior intervento della Direzione Distrettuale Antimafia e una forte componente di magistrati capaci. Tanto è stato fatto, ma molto è ancora da fare.

Come tutte le ricorrenze, anche quella per l’attentato a Giovanni Falcone ci dice che non è inutile lottare e che il mondo può cambiare, se non ci lasciamo trascinare dall’omertoso silenzio e dalla barbara routine. Lottare è necessario perché «la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha avuto un inizio e avrà anche una fine», diceva Giovanni Falcone.