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Covid Italia, politica ‘Zero Contagi’ funziona? Cosa dicono Bassetti, Crisanti e Gismondo

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(Adnkronos) – La politica ‘zero-Covid’, che la Cina si ostina a perseguire, non convince gli esperti italiani. Da Bassetti a Gismondo, in molti si dicono d’accordo cone le parole di Giorgia Meloni, che durante la chiusura della campagna elettorale ha criticato il modello Speranza in materia di gestione Covid e ha detto che in caso di ritorno di una pandemia “non accetteremo più che l’Italia sia l’esperimento dell’applicazione del modello cinese a un Paese occidentale”. 

BASSETTI – “Sono d’accordo con Giorgia Meloni. Sono due anni che combatto contro il modello cinese Covid-0, ovvero zero contagi. E’ un fallimento totale. Pensare di deportare, come sta facendo la Cina, le persone è assurdo. Non mi dimentico che per un certo periodo in Italia qualcuno perseguiva il modello Covid-0, mi ricordo molto bene il professor Walter Ricciardi che è stato consulente del ministro Speranza: ha più volte detto che ci si doveva ispirare a quel modello Covid-0”, sostiene l’infettivologo Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive del policlinico San Martino di Genova. 

“Ora guardiamo avanti alla convivenza con il virus fatta di raccomandazioni alla vaccinazione dei più fragili, ma anche levando le restrizioni e le mascherine che sono servite nei due anni passati ma oggi sono anacronistiche”, ha concluso Bassetti. 

GISMONDO – Per Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’Ospedale Sacco di Milano “l’approccio estremamente restrittivo adottato contro la pandemia di Covid-19 ha causato danni che si manterranno per anni: giovani depressi, economia a pezzi, adulti con la ‘sindrome della capanna'”. I”l pensiero espresso da Giorgia Meloni coincide con quanto da me sostenuto in questi anni”, afferma all’Adnkronos Salute. 

CRISANTI – Attacca invece la Meloni, Andrea Crisanti. “Non sa di che parla. Il modello cinese”, battezzato ‘zero Covid’, “non è proprio stato applicato all’Italia. Le nazioni che hanno applicato il modello cinese, come la Nuova Zelanda e l’Australia, o la Sud Corea e il Giappone, sono uscite da questa epidemia a testa alta, con un bassissimo numero di morti e pochissimi danni economici. Il problema semmai è che l’Italia non ha applicato il modello cinese”, afferma il direttore del Dipartimento di medicina molecolare dell’università di Padova, candidato dal Pd come capolista al Senato nella circoscrizione Europa. 

Crisanti replica citando invece “il modello testato a Vo’ Euganeo, cioè quello dei test di massa”, e osserva all’Adnkronos Salute: “Meloni non sa di cosa parla. Non è una colpa sua, perché non ha le competenze scientifiche e forse non è circondata dalle persone giuste. Il modello cinese non è il lockdown – precisa – Il modello cinese è la sorveglianza di massa che è stata applicata con successo in Giappone, in Corea, in Vietnam, in Australia, in Nuova Zelanda – elenca – Modello che poi è stato abbandonato nel momento in cui sono arrivati i vaccini. Quindi di che si sta parlando?”. 

Crisanti ammette d’altra parte che il modello cinese non può essere più valido per il futuro. “Perché il virus è cambiato e ha un’altissima trasmissibilità. Sarebbe quindi difficilmente applicabile”, ragiona. Se dovesse invece arrivare una nuova pandemia portata da un nuovo virus, “non si può dire” a priori che non sarebbe utile adottarlo. “Il punto fondamentale, guardando a Covid, è che il modello cinese non è stato applicato in Italia e stiamo discutendo di una cosa che non esiste”, incalza. Speranza poteva fare scelte diverse? “Vanno considerate le complessità legate al fatto che l’Italia fa parte della Comunità europea e questo forse avrebbe reso molto difficile il modello che ha permesso con successo di controllare l’epidemia in altri Paesi, perché la libera circolazione di merci e di persone mal si adatta con un modello che impone controlli. Speranza – conclude Crisanti – ha fatto quello che poteva. Punto”. 

PREGLIASCO – “Non credo che in Italia sia stato usato il sistema cinese dello Zero Covid. Quello che abbiamo scelto di adottare dopo la prima ondata è stato un approccio di mitigazione”. E relativamente alla chiusura imposta nelle fasi iniziali della pandemia di coronavirus, “il lockdown è servito nel momento di emergenza ed è provato che sia servito, ovviamente parzialmente”. Lo precisa all’Adnkronos Salute il virologo Fabrizio Pregliasco, docente di Igiene all’Università Statale di Milano, dopo che la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha criticato “il modello Speranza” dicendo che, “nel caso dell’eventuale ritorno di una pandemia, non accetteremo più che l’Italia sia l’esperimento dell’applicazione del modello cinese a un Paese occidentale”. 

“Le scelte di sanità pubblica – sottolinea Pregliasco – sono un difficile compito dei politici che devono equilibrare le problematiche sanitarie con quelle psicologiche ed economiche”. Sono decisioni che si prendono con “grande, grande difficoltà”, ripete il medico. E se immaginando una nuova epidemia globale non è possibile ora tracciare scenari, guardando a questa Pregliasco ritiene che “la situazione epidemiologica attuale dovrebbe permetterci di gestire anche il prossimo futuro con mezzi ordinari”. Tuttavia, puntualizza, “dobbiamo pianificare l’eventuale progressione di interventi in funzione di come evolveranno le onde di risalita attese. Non mi sento di escludere questa necessità”, ossia quella di qualche stretta, “almeno in termini pianificatori. Speriamo tutti che non ce ne sia bisogno”. 

MINELLI – “L’utopia del modello cinese è certamente finita, dopo essere miseramente fallita, questo non ha bisogno di ricordarcelo nessuno, tantomeno da un palco di comizio. Possiamo invece tracciare una croce definitiva su ciò che è stato e riprendere in mano la scienza senza tuttavia pretese di infallibilità”. Lo afferma all’Adnkronos Salute l’immunologo Mauro Minelli, responsabile per il Sud Italia della Fondazione per la Medicina personalizzata. “Il prossimo Governo, quale che sia, dovrà operare nella direzione del dialogo tra i vari settori del sistema sanitario pubblico con i diversi rami di specializzazione capaci di interfacciarsi, senza apodittiche centralizzazioni e senza esasperati decentramenti”, suggerisce l’immunologo. 

“Errore grave per me, nella gestione della pandemia da Covid-19, è stato quello di presumere in maniera arrogante e prepotente che fosse solo una questione virologica o infettivologica e non ancora immunologica, cardiologica, neurologica – conclude Minelli – Tutto lo spettro visivo della Medicina era coinvolto e se qualcosa abbiamo imparato vediamo allora di allenare la memoria al fine di evitare il perseverare degli errori commessi e dei danni fatti. In buona fede? Si spera, ma pur sempre evitabili una prossima volta”.