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Infermieri contro la violenza sulle donne, l’esperienza dei Codici Rosa nei Dea

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Per chi subisce violenze, si trova ad affrontare episodi di stalking, abusi o bullismo, il Pronto Soccorso è la porta d’accesso non solo alle cure fisiche, ma anche a un percorso globale di aiuto e supporto. Per questo ha tanta importanza il “Codice Rosa”, processo attivato a partire dal 2010 nei primi ospedali toscani e che è arrivato nel 2013 ad essere una prassi consolidata anche nei Pronto Soccorso di Firenze.
Tanti i casi che arrivano al Dea di Careggi, in media più o meno uno ogni due giorni. Nel grande ospedale fiorentino è attivoda 2013 un gruppo che gestisce appunto il Codice Rosa, composto da 2 medici, 2 infermieri, un Oss e la coordinatrice del Dea. «Le vittime di violenza sono in gran parte donne – spiega Marco Carnevali, infermiere del Pronto Soccorso di Careggi, fra i referenti del Codice Rosa e membro del relativo gruppo operativo – ma registriamo anche 1-2 casi al mese di uomini maltrattati. Ci sono purtroppo anche diversi minori: nel 2016 sono già stati circa 21 e gli adulti 185 (dati dal 1° gennaio al 31 ottobre 2016). Ci troviamo davanti a situazioni molto diverse: vere e proprie violenze sessuali, maltrattamenti da parte di compagni e compagne, anziani malmenati e vessati, casi di stalking poi sfociati in aggressioni fisiche. In tutti questi casi la cura delle lesioni fisiche deve andare avanti di pari passo con un’assistenza psicologica. La capacità di ascoltare il vissuto è fondamentale: spesso le vittime arrivano in Dea dopo un’escalation di violenze di anni e cercano supporto, ascolto,protezione, accoglienza. Tutto il personale del Dea è stato formato su come comportarsi di fronte a un codice rosa e lo snodo è proprio il Triage: l’infermiere che “accoglie” deve saper “cogliere” ogni minimo dettaglio di chi ha davanti, più del detto il non detto, il sommerso, i comportamenti, i movimenti, gli sguardi, i silenzi. Un percorso non facile visto che nella maggior parte dei casi le violenze sono da parte di familiari, partner o comunque persone molto vicine alla famiglia. Subentrano quindi processi complessi: dalla paura di perdere la casa e il sostegno economico, al desiderio di non chiudere una relazione».Proprio per fornire risposte mirate in base alle varie esigenze, il team del Dea di Careggi collabora con diverse associazioni: Artemisia, che offre strutture di accoglienza, ma anche Arcigay e Ireos che danno sostegno psicologico-legale. «Capita spesso che le vittime non vogliano presentare denuncia – continua Marco Carnevali – o neghino del tutto l’aggressione, adducendo varie scuse, dalla caduta all’incidente domestico. È importante fornire a queste persone tutte le informazioni sul tipo di aiuto etutela che possono avere se decidono di denunciare. Molte donne, proprio dopo aver avuto queste indicazioni, si convincono a raccontare cosa è davvero accaduto». Un processo complesso insomma, nel quale il ruolo dell’infermiere, che accogliendo il paziente e ascoltandolo in modo mai giudicante, è essenziale per convincerlo a denunciare.

Tanti anche i casi che arrivano al pronto soccorso dell’ospedale di Torregalli, dove si registrano ogni anno almeno 100 casi di attivazione del Codice Rosa. «Gli utenti di ambo i sessi che dichiarano di essere stati vittime di violenze – spiegano l’infermiera Roberta Malespini, referente per il codice rosa, e Manola Alfani che la supporta nella gestione dei casi –vengono gestiti con una particolare attenzione alla riservatezza, e ovviamente protetti dai loro aggressori, nel caso in cui questi siano gli accompagnatori. Se la vittima è straniera, con l’aiuto di un interprete cerchiamo prima di tutto di spiegare loro che, in caso di denuncia, potranno trovare accoglienza e protezione in strutture specifiche, lontano dai loro aggressori. La consapevolezza della vittima e la sua voglia di denunciare è fondamentale per arginare i casi di violenza e, proprio in questo, è determinante il ruolo dell’infermiere, che con il paziente può instaurare un rapporto di empatia. Per cento episodi di violenza dichiarata all’arrivo al Dea ogni anno, ne sospettiamo almeno altrettanti, nei quali però le vittime, spesso donne, negano l’aggressione. In questi casi il personale sanitario può comunque segnalare il sospetto di un maltrattamento indicandolo nel referto, che viene poi inviato all’autorità giudiziaria. Senza la collaborazione della vittima però, diventa difficile aiutarla in modo concreto. Anche solo per metterla in contatto con centri e strutture protette dove possa ricominciare una vita lontano dai suoi aggressori».

Nei Pronto soccorso viene distribuito materiale informativo sulle strutture di accoglienza riservate alle vittime, sulle ‘case rifugio’ e sulle forme di aiuto disponibili. Un’attenzione, quella riservata nei Dea degli ospedali al tema della violenza, che sta portando a un progressivo aumento delle denunce: sono sempre più numerose soprattutto le donne che, anziché fingere di essere cadute dalle scale, puntano il dito verso l’aggressore e scelgono di voltare pagina.

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