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di Carla Ceretelli Il biotestamento e l'obiezione di coscienza. E il mistero della vita e della morte

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Non pensate alla morte. La morte non è un problema. Il vero problema è la vita. 
Benedetto Croce.
Certo un segnale forte di civiltà, un passo avanti si dice, in teoria. Ma quando ci sbatti il naso non è così facile. Dopo le dichiarazioni, il voto finale. A favore Pd, sinistra e M5S. Pure i cattodem votano sì e Gigli (Demos) li attacca. Dagli oppositori della legge polemiche con i cattolici del Pd. Il biotestamento è legge.
180 i sì, 71 i no e 6 gli astenuti. 
Via libera dall’Aula del Senato al provvedimento sul biotestamento. Un grande applauso si leva dall’aula.
Non amo le leggi sulle questioni etiche, mi fanno paura. Paura che qualcuno possa approfittarne.
Ma comprendo che ce n’è bisogno. Ma quando se ne fa una questione politica a pochi mesi dalle elezioni mi piacciono ancora meno.
Poi  ci sarà da affrontare la questione degli obiettori di coscienza. Naturalmente alcuni diranno che l’obiettore è un bieco individuo che non applica la legge nel  pubblico ma nel  privato sì.
E allora mi sovviene un fatto personale che riguarda un congiunto a me molto caro. Forse il più caro. 90 anni  ricoverata in ospedale in medicina generale per scompenso cardiaco. Sintomi di  insufficienza renale acuta. Prevista  e ipotizzata da me, che non ho competenze ,   evidenziata ma non considerata, se non come un fatto di stanchezza. La sera. E io mi fido, che altro posso fare, sono ignorante in materia. La mattina  seguente una telefonata del primario che mi chiede l’autorizzazione a sottoporre la paziente a dialisi. Istintivamente e ovvimente la risposta è sì. Trovo la paziente attaccata alla macchina con diecimila tubicini in cui viaggia il sangue. Arriva mia figlia che scoppia in un pianto dirotto. Mi sorgono mille dubbi. Chiedo  lumi ai medici i quali mi dicono che i parametri della paziente sono abbastanza buoni, data l’età, e  quindi è stato deciso l’attacco al rene artificiale. Chiedo che cosa sarebbe successo in caso contrario. Mi viene detto che se ne sarebbe andata dopo poche ore. Mentre la paziente, non vigile,  è ricoverata in terapia subintensiva, dopo un paio di giorni, mi rivolgo ad un operatore sanitario, non un medico, e parlo dei miei dubbi. Vengo informata che la paziente è capitata, casualmente, in un reparto pro-vita. In caso contrario l’avrebbero lasciata andare. 
Dopo qualche giorno la paziente torna a casa. In condizioni peggiori di quelle in cui  è stata ricoverata.
Nove mesi  precisi  di allettamento con momenti di attività alternati a sopore. Nel  giorno del mio compleanno se ne va. Non l’ho più potuto festeggiare.
Nove mesi di agonia per lei e per noi.
Mi sono spesso chiesta se non sarebbe stato meglio dire di  no a quella richiesta, quella mattina di aprile. Mi sono spesso risposta che non avrei avuto il coraggio di negare il consenso e dunque l’assistenza, o, se vogliamo, l’accanimento terapeutico.
E ora, anche dopo la legge, ci saranno ancora i pro-vita e dunque gli obiettori. Che hanno comunque i loro diritti morali. Non se ne esce. 
Senza parlare di  pazienti  giovani con qualche speranza nella ricerca della scienza.
Ma quando si parla di leggi etiche il dubbio regna sovrano. Perchè la legge non obbliga alla sospensione della cura e dell’accanimento terapeutico  ma semplicemente ne dà facoltà.
Ammetto però di non conoscerla. Anche se cambia poco.
 

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