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Giorno della memoria. Ottant’anni fa l’idea della Soluzione finale

Lorenzo Ottanelli
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Ottanta anni fa, il 20 gennaio del 1942, a Wannsee, un quartiere di Berlino sul lago Wann, i grandi autarchici del Nazismo sedevano attorno a un tavolo per decidere sulla Questione ebraica. Da tempo gli ebrei erano perseguitati, nel 1935 erano state promulgate le Leggi di Norimberga sull’onore e il sangue tedesco, che avevano dato lo strumento legale ai nazisti per discriminare coloro che non facevano parte della “razza ariana”. Nella Germania del Terzo Reich, tuttavia, già dal 1933 si perpetravano rastrellamenti e ghettizzazioni.

Il palazzo in cui si tenne la Conferenza a Wannsee, il 20 gennaio 1942

È in questo contesto, nella Conferenza del gennaio del 1942, che attorno a quel tavolo si profila l’idea della Soluzione Finale (Endlösung in tedesco). Fino a quel momento gli ebrei erano stati internati nei campi di concentramento, che erano campi di lavoro e di sfruttamento. Gli internati erano costretti a sfruttamento, a violenze e a volte anche alla morte, ma non era ancora stata creata la strategia che avrebbe permesso il vero e proprio sterminio. Nel 1942, quindi, attorno al tavolo di quel palazzo, si stabilisce che gli ebrei devono essere completamente sterminati, solo così sarà possibile liberare l’umanità dai non puri. La retorica di Hitler sulla razza, già presente nel Mein Kampf del 1925, si fa ora realtà.

Alcuni campi di concentramento diventano campi di sterminio: Auschwitz II-Birkenau in Polonia, Mauthausen in Austria, Dachau nei pressi di Monaco, solo per citare i più grandi. Negli anni e soprattutto nei mesi precedenti gli scienziati del regime hanno sviluppato e messo a punto nuove tecniche per l’uccisione di massa: sono le camere a gas i metodi più utilizzati, già sperimentati sui bambini portatori di disabilità all’interno di un castello in Baviera gestito da suore. È il metodo più veloce, manca il sangue, non vedi le persone morire: le chiudi in una stanza, gli fai credere che andranno a farsi un bagno, le uccidi e recuperi i corpi.

Le fondamenta delle baracche nel campo di Dachau, così come si presenta oggi

Nel 1942, quindi, si decide che tutti gli ebrei di cui si sia a conoscenza debbano essere internati nei campi di sterminio. Le persone vengono prelevate dai ghetti, già delimitati nelle città, e con un sistema logistico che prevede lunghe marce, treni merci strapieni dove le persone muoiono per inedia, mancanza di aria e di spazio, vengono portate nei centri: chi può lavorare lo fa fino allo sfinimento, chi non è in età lavorativa viene immediatamente ucciso. Gli ebrei sono considerati animali da sfruttare, bestie da soma, da sfinire.

Nei mesi più difficili del Terzo Reich, dal 1944 in poi, le violenze si fanno più truci e le uccisioni più efferate. Non c’è tempo per le camere a gas: le persone vengono cremate vive all’interno dei forni, vengono uccise a fucilate e le fosse comuni ricoperte in fretta. Prima della fine del maggio 1945, quando Hitler si suicida nel bunker di Berlino con Eva Braun, alcuni campi prossimi alla Russia, soprattutto in Polonia e in Austria, vengono bombardati per nascondere i fatti. Sarà per vergogna? Un momento di lucidità nella grande, infernale, illusione del Terzo Reich?

Oggi si commemora la Shoah, il giorno in cui i russi sono entrati ad Auschwitz. Si commemorano i sei milioni di ebrei morti. E gli altri sei milioni: rom, sinti, omosessuali, inabili, disabili, deportati politici, resistenti, persone comuni deportate per sbaglio o per fare numero. Un numero mai accertato, potrebbero essere di più. La storia non insegna, ma ricordare questi momenti è fondamentale per ricordarci che la razza è una sola, quella umana, e che tutto è possibile. È necessario stare allerta e preservare la democrazia, la repubblica, la libertà perché per perdere tutto questo ci vuole un attimo, per ricostruirlo un’eternità.