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Dal calcio alla vigna. L’ex viola Dario Dainelli presenta i suoi vini

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di Elisabetta Failla

Il vino come lo sport è una passione che, in questo caso non conosce maglie, bandiere o società. Tanti sportivi, infatti, si sono trasformati in imprenditori vitivinicoli. Come Francesco Moser in Trentino, Kurt Hamrin, l’ex attaccante svedese della Fiorentina che produce vini a base di Sangiovese in Toscana; Andrea Barzagli, che ha la sua azienda in Sicilia davanti al mare di Messina; Gigi Buffon con le sue vigne in Salento; Andrea Pirlo, che produce i suo vini in provincia di Brescia. E non mancano gli allenatori come Luciano Spalletti che, insieme alla sua famiglia, cura i sui vigneti sulle colline di Montaione, vicino a Firenze, oppure Alberto Malesani che produce vini con vitigni autoctoni della Valpolicella.

Sono solo alcuni dei tanti sportivi diventati viticultori a cui si aggiunge l’ex difensore e capitano della Fiorentina Dario Dainelli che dopo aver aperto a Peccioli la “Locanda dell’amicone” aiutato dal suo grande amico ed esperto di tartufi Cristiano Savini, ha voluto poi iniziare a produrre vini a Cerreto Guidi, in provincia di Firenze, dove abita e dove ha sede la sua azienda vitivinicola.

La presentazione dei suoi vini ma anche del suo bel progetto si è tenuta al ristorante Gloden View di Firenze anche in abbinamento con i piatti dello chef Paolo Secci che guida della brigata del locale.

“Il calcio è stata la mia vita – ha ammesso Dario Dainelli – ed è grazi alla mi attività sportiva che adesso posso dedicarmi ad un’altra passione: la produzione di vini”. Il progetto, la Cantina Dainelli, ha avuto una lunga gestazione, circa una quindicina di anni, da quando l’ex difensore viola girava insieme ad un sommelier per cercare prodotti interessanti per il proprio ristorante di Peccioli.

Sono stati d’aiuto anche i viaggi “alcolici” condivisi anche con amici, con momenti goliardici che hanno fatto sentire l’ex capitano e i compagni come vivere da protagonisti in delle zingarate 2.0. Una simpatica combriccola di amici che l’ex capitano viola chiama allegramente “Gli sbronzi di Riace”.  “Non sono dei vini da calciatori – ha spiegato Dainelli – ma non voglio screditare il mio passato anche perché mi ha permesso di realizzare il mio progetto”. La vita tra i filari? “Mi sto ammalando di quella maniacalità che esiste dietro al mondo del vino”.

L’azienda, 4 ettari a Cerreto Guidi, ha delle prospettive di espansione per il prossimo futuro: ad oggi la produzione è di 8mila bottiglie, poi si dovrebbe salire a 16mila e via fino a trentamila. Il vitigno prevalente è il Sangiovese sebbene venga importata una parte di Ansonica gigliese per il vino bianco.

Nella realizzazione di questo progetto il produttore Dario Dainelli non è stato e non è solo. La sua guida enologica è Attilio Pagli, rinomato enologo empolese che ha ricevuto premi nelle eccellenze toscane e riconoscimenti per il recupero di vitigni dimenticati sia in Italia sia in Argentina e Cile. Le etichette sono state realizzate grazie alla complicità tra l’ex viola e Giovanni Maranghi, l’artista lastrigiano che dagli anni Settanta ha esposto e sue opere in tutto il mondo. “Non ho voluto delle etichette classiche ma che esprimessero con ironia il concetto del vino – ha continuato Dainelli – Così è nata l’idea di legare il vino all’arte come negli anni ‘40 fu per il bordolese Chateau Mouton Rothschild che si avvalso della collaborazione di Picasso, Mirò, Chagall, Bacon e Koons. Da qui è nata la collaborazione con questo grande artista”.

I vini di Cantina Dainelli hanno a loro volta nomi simpatici e istintivi. “Daino in bolla”, dove Daino indica il suo nome di battaglia sui campi di calcio e “in bolla” è inteso come stare in bolla, un vino frizzante piuttosto beverino che fa una prima fermentazione in silos e la seconda in bottiglia. La Sbronza, vino equilibrato prodotto con l’ansonica del Giglio in cui si percepisce la parziale macerazione delle uve, Più pungenti l’Intruso, sangiovese con un 30% di malvasia nera (Dainelli, IGT Toscana 2019) con affinamenti in legno e anfora, e il Rude (Sangiovese 100% che fermenta in cocciopesto con il raspo). La lunga macerazione sulle bucce e l’affinamento in terracotta conferiscono al vino eleganza e morbidezza che ben bilanciano la “rudezza”, è il caso di dirlo, dei tannini tipici del Sangiovese.

I vini Dainelli vanno quindi ad arricchire la cantina del ristorante che affaccia sull’Arno che può contare su 8mila bottiglie per un valore di oltre 1 milione e mezzo di euro. Vini distribuiti tra il locale di Tommaso Grasso e custoditi in un caveau nascosto in un fondo del’ 400 appartenuto alla famiglia dei Bardi. Ad oggi è considerata la seconda cantina del centro storico.

Il ristorante, rinnovato per il ventennale, trecento coperti su circa 550 metri quadrati con vetrate su Ponte Vecchio, gioca su un concept di ristorazione ricercata sebbene nella zona gastronomia facciano gola i salumi selezionati come la cinta senese bio, prosciutto semidolce affumicato alle foglie di tabacco, pancetta tesa di brado del Casentino. Accanto a un carrello di formaggi italiani che se la “gioca” con erborinati e caprini di Francia, Belgio e Inghilterra.

Dopo la presentazione i vini di Catina Dainelli sono stati abbinati ai piatti dello chef Paolo Secci. Per iniziare le capesante marinate alla griglia, asparagi, soia e miele di rosmarino degustate con Daino in bolla seguite da spaghetti al muggine mantecati al burro della Normandia e fumetto di lemongrass abbinati a La Sbronza. Come secondi sono stati serviti: tartare di Fassona, fonduta di parmigiano, funghi chiodini saltati e tuorlo d’uovo dry insieme a Intruso e medaglione di vitella bardato con pancetta del Frittelli, agretti al burro e purè di patate in abbinamento a Rude.

In giugno è possibile anche cenare piacevolmente in vigna ogni mercoledì (per informazioni e prenotazioni +39 3392432634) scegliendo fra due menu, volendo anche ordinando l’occorrente per una bella grigliata.