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Scompenso cardiaco, percorso d’eccellenza nell’area fiorentina

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Un percorso d’eccellenza per la cura dello scompenso cardiaco. È quello avviato all’ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze a partire dal 2000. Il tema sarà affrontato nell’ambito delle iniziative dei Collegi Ipasvi della Toscana nell’ambito del Forum Risk Management, in corso alla Fortezza da Basso di Firenze. Ecco l’intervista a Rosalinda Colasanti dello staff infermieristico, che spiega come funziona il percorso.
Qual è la procedura per gestire lo scompenso?
«Va detto, prima di tutto che il paziente con scompenso cardiaco è un paziente complesso, per il numero crescente di casi, ma soprattutto per l’andamento della malattia, che spesso peggiora e richiede il ricovero. Ai primi sintomi, il paziente va solitamente dal medico curante: qui chiede una visita cardiologica infermieristica o un esame strumentale, con eco ed Ecg, mediante ‘fast track’, una procedura che consente la visita entro 48-72 ore. Per fissarla deve passare da un numero verde Cup con tempi appunto molto brevi. Se invece non si tratta di una prima insorgenza, ma di uno scompenso che ha già una diagnosi, il medico può decidere di contattarci telefonicamente: in quel caso siamo noi a dare un appuntamento e a inserire il paziente nel ‘follow’. In alternativa il medico può anche scegliere di inviare il paziente per un esame strumentale nell’ambito dei controlli della medicina di iniziativa».
Cosa succede invece al momento delle dimissioni?
«Il momento più importante per iniziare un percorso appropriato è proprio quello in cui un paziente ricoverato in Dea e poi passato dal reparto viene dimesso. La fase in cui un paziente scompensato è più fragile è il primo messe dalla dimissione, che fa registrate il 20% di reingressi ospedalieri. Per questo diamo appuntamenti mirati e prestiamo grande attenzione a identificare il profilo di rischio».
Come funziona?
«Il medico di medicina che dimette il paziente compila una scheda dell’Ars attraverso il relativo sito. Questa pone vari quesiti: frazione d’eiezione, classe NYHA (New York Heart Association), numero di reingressi, filtrato glomerulare, Bnp. Per ciascuno viene assegnato un punteggio e lo score finale può essere superiore o inferiore a 15, un valore che serve a indirizzare il paziente verso il successivo percorso. Vengono quindi dati una serie di appuntamenti: a 20 giorni la prima visita cardiologica di post dimissione, a tre mesi l’appuntamento per la visita infermieristica, a sei mesi quella cardiologica. Infine si decide se tenere il paziente nel ‘follow up ospedaliero’ o rimandarlo dal curante. Nel caso in cui lo score sia oltre 15, si apre il percorso territoriale, con un infermiere dedicato che collabora con l’infermiere di transizione, figura molto importante perché promuove la buona riuscita della presa in carico del paziente. Al momento della dimissione, è proprio l’infermiere di transizione ad andare al letto del paziente per insegnargli come gestire, riconoscere e gestire sintomi, dandogli numeri di telefono e nomi degli infermieri che lo seguiranno».
Come prosegue il servizio sul territorio?
«La scheda ARS (Agenzia Regionale di Sanità) consente al medico di base di contattare l’infermiere del territorio e di decidere gli accessi domiciliari a casa paziente. È un passaggio molto importante perché lo scompenso viene trattato in ospedale con diuretici in vena e il paziente viene poi dimesso con prescrizione di diuretici per bocca che però sono molto meno efficaci. Il fatto che l’infermiere possa andare a casa a somministrare un diuretico in vena è quindi fondamentale per il buon proseguimento della cura. Fra i controlli che facciamo nell’Ambulatorio Infermieristico Ospedaliero, c’è anche la bioimpedenziometria (BIVA), che consente di vedere lo stato della idratazione e della nutrizione. Ci sono poi l’elettrocardiogramma e una piccola prova da sforzo (detta ‘Six minutes walking test’), eseguita facendo passeggiare il paziente per 6 minuti. E ancora facciamo educazione sanitaria, eseguiamo gli esami del sangue e misuriamo la pressione, insegniamo a pesarsi perché, per esempio, un aumento di tre chili in 3-4 giorni indica un accumulo di liquidi e richiede di aumentare il diuretico».

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