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Blue Whale, come contrastare la balena blu del suicidio giovanile

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Se c’è qualcosa che nelle ultime settimane ha destato grande preoccupazione nelle famiglie è il fenomeno del Blue Whale, l’ormai tristemente famosa Balena Blu, una sorta di pericolosissimo “gioco” online in cui si viene invitati ad affrontare alcune sfide sempre più dure, che hanno come meta finale il suicidio. Ma cos’è davvero questo “gioco”? Chi e perché dobbiamo considerare a rischio?

Sulla questione abbiamo intervistato la Dottoressa Claudia Terranova, psicoterapeuta e volontaria dell’associazione OSO, osservatorio per la promozione della sicurezza online di Prato, per conto della quale incontra i ragazzi e i genitori nelle scuole per parlare proprio di sicurezza online.

Dottoressa, qual è il senso del Blue Whale e cosa può spingere un ragazzo a parteciparvi? Davvero è possibile fare un lavaggio del cervello tale da indurre una persona al suicidio?

Personalmente l’idea del lavaggio del cervello fatto a qualunque adolescente si affacci alla curiosità di questo “gioco” mi convince veramente poco. Immagino che considerarlo in questi termini possa far pensare a un qualcosa di imprevedibile e incontrollabile che arriva da fuori, modifica la mente del ragazzo e gli fa fare quello che vuole, ma temo che vederla così sia un modo per proteggersi, per dirsi che non ci riguarda da vicino, per sollevarci dal non aver compreso il disagio del ragazzo e io non mi trovo d’accordo con questo pensiero. I ragazzi manifestano il disagio in tanti modi e se siamo attenti a coglierne i segnali, forse possiamo intervenire in qualche modo per aiutarli.

Ho riflettuto tanto sul senso che possa avere per un ragazzo partecipare al Blue Whale e ogni volta che incontro a scuola i ragazzi la mia riflessione si arricchisce di elementi preziosi. La mia personale opinione è che, come con la maggior parte dei social utilizzati quotidianamente, la ragione vada ricercata nel bisogno di essere visti, considerati, accettati. Bisogna ricordare che le “sfide” di questo terribile “gioco” avvengono sui social, i ragazzi si riprendono, postano, danno la caccia ai “mi piace”. Quando questa diventa l’unica alternativa del ragazzo per sentirsi visto e riconosciuto da qualcuno e in qualcosa, allora il Blue Whale può davvero mietere tante vittime.

Prima accennava ai modi di manifestare il disagio da parte dei ragazzi, ma quali sono i segnali a cui fare attenzione? Chi corre veramente il rischio di “inciampare” in questo “gioco”?

Come accennavo prima, immagino che il Blue Whale non possa colpire chiunque e che, al di là della curiosità generale che può destare una cosa considerata come trasgressiva, possa fare presa su una persona che vive già una situazione di fragilità e difficoltà.

La sempre maggiore chiusura del ragazzo, l’impoverimento della rete sociale e il calo del rendimento scolastico possono essere dei segnali che qualcosa di diverso sta accadendo e qui non mi riferisco solo al Blue Whale nello specifico, ma mi sento di dire che possono essere in generale dei segnali di disagio ed è in quel momento che bisogna intervenire sostenendo il ragazzo, facendogli sentire che le sue paure e la sua sofferenza sono legittimi e che può rivolgersi a qualcuno per un aiuto.

Cosa risponde ai genitori preoccupati di poter non accorgersi che il figlio sia finito nella rete del Blue Whale?

Di stare con i ragazzi, di parlare con loro, di accompagnarli fin da sempre, da piccolissimi, nel mondo in cui viviamo, fatto anche di internet, delle sue enormi opportunità e dei suoi rischi. La cura della relazione coi figli è la prevenzione migliore ai rischi di qualunque genere. Sappiamo come l’adolescenza sia un’età di grossi cambiamenti, ma se il genitore diventa un punto di riferimento, non un “controllore”, ma un compagno, colui che si incuriosisce ai ragazzi, che impara da loro e con loro, ma che ha un punto di vista diverso sul mondo, conoscendone anche alcuni rischi, allora si è sulla buona strada perché i ragazzi sentano di potersi aprire e parlare di ciò che li preoccupa. Forse in questo modo il Blue Whale sarà soltanto uno dei tanti temi di cui discutere insieme, un qualcosa da conoscere, scoprire e forse concordare sullo starne alla larga.

Un’ultima domanda. A chi può rivolgersi il ragazzo vittima del Blue Whale o un genitore che ha dei ha dei sospetti su un possibile coinvolgimento del figlio?

Avendo constatato come il genitore spesso non venga annoverato tra le persone a cui chiedere aiuto rispetto ad un dubbio o problema riguardante la rete, da un lato per paura delle punizioni, dall’altro per timore di preoccuparli, invitiamo i ragazzi a parlare e chiedere aiuto ad un adulto a loro vicino che può essere il cugino, la sorella, l’insegnante, qualcuno di cui sentono di potersi fidare.

Lasciamo i contatti dell’associazione OSO che ha un numero di telefono al quale i ragazzi e i genitori possono rivolgersi per qualunque dubbio, segnalazione o richiesta di aiuto e spieghiamo che è  anche possibile rivolgersi direttamente alla questura che poi si metterà in contatto con la polizia postale.

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